Vulgus vult decipi ergo decipiatur

Una legislatura nata male

Per finire questo minimo di analisi sulla situazione preelettorale si deve considerare, nel quadro della scomposizione generale, anche quella del centro sinistra con la scissione del PD e la fondazione di Liberi e uguali, anche se facciamo fatica a trovare uguali Bersani e D’Alema con i presidenti di Camera e Senato, con il loro improvvisato percorso politico.
Per la sinistra italiana si chiude una legislatura di governo, resa difficile dalla mancanza di una maggioranza parlamentare, causata anche dalle difficoltà di un esito che ha profondamente cambiato gli assetti bipolare con la rilevante presenza, chiusa e solitaria, dei movimento-partito dei Cinque stelle.
I governi di questa legislatura sono sopravvissuti grazie a mutamenti politici, causati dalle scissioni e uscite da Forza Italia e da altri gruppi, dalla nascita del Nuovo Centro destra, dei “responsabili” e dei verdiniani e, ancor prima, dallo stesso aiuto di Forza Italia dopo il noto Patto del Nazareno, travolto dalla elezione di Mattarella, voluta da Renzi, alla Presidenza della Repubblica. Né va dimenticata la vicenda della precedente rielezione di Napolitano votato da tutto un Parlamento incapace di eleggere un nuovo Presidente dopo il siluramento di Marini e di Prodi è l’umiliante richiesta di una sua ricandidatura.
Così Napolitano, si trovò di fronte agli applausi ed ai voti di un parlamento di cui criticava pesantemente le inadempienze, i ritardi, gli immobilismi, i tatticismi personali e partitici e che certo non lo amava.
Del resto, dopo le elezioni, fatte con il vecchio “porcellum “, ci si trovò senza una maggioranza, e si assistette al famoso confronto tra il Presidente incaricato Bersani e i Grillini, proiettato in tv secondo l’imperativa richiesta degli stessi. E Bersani dovette rinunciare al suo tentativo.
Ci riuscì faticosamente Enrico Letta, con un governo inevitabilmente debole, sostenuto, oltre che dal PD, da Scelta civica di Monti, Nuovo Centro Destra di Alfano e i molti altri usciti da Forza Italia e con il sostegno esterno di ben nove “gruppuscoli”. Letta è una brava persona con buona esperienza di governo, abbastanza giovane, ex democristiano nel PD, preparato, colto ma debole di fronte alle mediazioni continue, i freni, i contrasti di una così complicata situazione di governo.
Dopo la crisi e le dimissioni di Bersani, Renzi conquistò la segreteria nazionale del PD, sull’onda della novità, della giovinezza, di una nuova classe dirigente, di un programma nato dall’ampia e partecipata preparazione dei convegni della Leopolda, ed anche dell’orgoglio PD che era stato umiliato da Grillo nella recente tentata trattativa con Bersani.

Il governo Renzi

Le “debolezze”, peraltro naturali del governo Letta, causarono, almeno come motivazione politica, alla direzione del PD di chiedere un nuovo governo più idoneo alle difficili esigenze. Nacque il governo Renzi da molti ritenuto un elemento di novità e di coraggio, da altri contrastato da polemiche e critiche.
Quel governo fu il più snello (solo come il terzo di De Gasperi del lontano 1947) nella storia italiana. Fu anche il più giovane : (l’età media del ministero era di 44 anni), contro i ben più anziani delle nostra tradizione.
Fu anche il più snello (come il terzo governo De Gasperi del lontano 1947) Aveva solo 15 ministri tra cui ben otto donne e 44 tra viceministri e sottosegretari, contro i 103 del Ministero Prodi, e i 97 dell’ultimo Berlusconi, Appariva in lui il lui una grinta maggiore, forse troppa per le nostre abitudini, nell’affrontare i problemi. La situazione parlamentare era comunque ardua, con le difficoltà all’interno dei gruppi, il loro frazionismo personalistico e trasformista, le opposizioni esterne ed interne. E c’erano i morsi della crisi economica internazionale che aveva determinato, (oltre ad altre note ragioni) la crisi del governo Berlusconi, l’avvento di Monti, l’esplosione di tensioni sociali nel Paese, i severi atteggiamenti della Unione Europea, la esplosione delle grandi migrazioni a livello internazionale causate da conflitti e miseria. Normalmente la dirigenza politica italiana avrebbe tenuto una linea morbida, meno aggressiva, di rigore ma non troppo, di continua mediazione anche con le opposizioni, con atteggiamenti politici e psicologici non aggressivi verso i problemi e i provvedimenti relativi.
Il governo Renzi, dichiarando fiducia e ottimismo nonostante le difficoltà, preferì correre i rischi di un riformismo abbastanza intenso, superando le difficoltà con l’abbondante uso della fiducia e anche proponendo una diversa legge elettorale per superare il “porcellum” di Calderoli e anche la controversa riforma costituzionale, leggi approvate, pur con forti opposizioni, dal Parlamento.
Ebbe atteggiamenti che non tennero sufficientemente conto del conservatorismo di questo paese, delle permanenti “mediazioni” causate di un forte corporativismo lobbistico, della fragilità del sistema parlamentare e di governo. Tradotto in termini politici, non ha interpretato in modo realistico la complessa realtà del Paese e non ha evitato anche atteggiamenti che apparvero arroganti più che innovativi. In fondo il Paese sembrava preferire la calma da anziano parroco di Prodi, il suo continuo mediare con tutti, l’attendere come metodo di governo.

Renzi diventa antipatico

Sono queste le tendenze presenti della politica non solo italiana, che si possono evitare o superare solo con leadership di alto livello e consenso, su forti programmi, in situazioni di evidente pericolosità e tensione, soprattutto quando mancano istituzioni forti e una solida unità nazionale.
Ecco quindi lo scontro sulle riforme della Costituzione che in realtà è stato un referendum personale contro e a favore di Renzi come personaggio, con polemiche anche personali, sulla toscanità, sull’utilizzo di persone ritenute amiche come se Berlusconi, Prodi, D’Alema, Bersani, Bossi e tutti gli altri Presidenti e leader avessero nominato personalità “nemiche” oltre a quelle già imposte, legittimamente, dagli altri partiti di coalizione e di governo. Con l’esasperazione di errori evidentemente fatti, forse di atteggiamenti troppo aggressivi lo si fece diventare antipatico, presuntuoso, arrogante, Fece anche alcuni errori strettamente politici: basti ricordare l’invenzione e la nomina della on. Mogherini, invece che di D’Alema che ci teneva molto, come “Ministro degli esteri” dell’Unione Europea, che sarebbe stato certo più autorevole e non sarebbe diventato un feroce permanente nemico. Come per tutti i governanti non mancarono altri errori e limiti che, adeguatamente pubblicizzati, hanno superato anche le non poche cose positive realizzate, anche quelle che esigono tempi più lunghi, per dare visibili risultati.
La frantumazione politico parlamentare ha poi causato l’attuale legge elettorale, voluta fortemente da Berlusconi per spingere la ricostruzione di un centro destra elettoralmente unificato perché induce e premia le aggregazioni elettorali di gruppi minori ed anche minimi. Esso però danneggia la governabilità del Paese, la sua stabilità economica e istituzionale, le scelte di ampio respiro in un mondo dominato da immensi poteri pubblici e privati.
Esattamente il contrario di ciò che serve al Paese, che abbisogna come l’aria di una stabilità che consenta le indispensabili e faticose scelte per dargli uno sviluppo non fittizio è temporaneo ma strutturale e quindi di lunga durata.

Verso il meno peggio

Per fare questo, ci vogliono forze politiche ragionevoli, poteri effettivi e decisi e di veloce attuazione, chiarezza e politiche omogenee nelle strutture istituzionali e degli enti regionali e locali, serietà e decisione nella spesa pubblica senza voli illusori e impossibili, né irrealizzabili promesse. Poi succede ciò che avvenne al mitico Icaro che volò troppo in alto verso il sole, perdendo le ali e precipitando nel profondo mare.
Le posizioni estreme, di destra e di sinistra, sono minoritarie, perdenti per ciò che la storia ha già dimostrato con le loro sconfitte. Fascismi e comunismi, restano solo dei tristi drammatici pezzi di storia da non dimenticare, anzi da studiare, per evitare le ignoranti fantasie di giovani potenzialmente violenti e che godono, per nostra colpa, di una eccessiva tolleranza che a confondere la giusta libertà con gli abusi e la illegalità. Quegli estremismi di destra e di sinistra Dobbiamo poter scegliere, con il voto democratico e informato, forze responsabili, preparate al difficile governo del Paese, non estremiste. Siamo in una situazione che ha bisogno di buon governo, come vogliamo sia per le nostre famiglie, per i nostri paesi e le nostre città, essendo noi amanti e custodi di un giusto e diffuso sviluppo e della pace interna e internazionale. Nel centrodestra e nel centro sinistra queste forze, almeno in larga parte, ci sono. Sono nelle destre liberali di Forza Italia e in quelle centriste di origine democratico cristiana, e a sinistra c’è il PD che non è più il partito vetero o neo comunista, ma una realtà socialista e democratica, partecipata anch’essa da forze di tradizione positiva per il Paese. Questo PD ha lasciato a D’Alema, a Grasso, alla Boldrini e altri impazienti volontari del potere, la rossa bandiera di cui hanno sentito una strana e per alcuni poco credibile nostalgia. Il Paese ha altre necessità e dovrebbe rifiutare chi s’illude e ci illude.
Poi tutto dipende dalle scelte popolari che saranno legge. Il popolo sarà giudice supremo e pure per lui vale la regola che anche ogni giudice può sbagliare, anche se diciamo che ha sempre ragione. Si dovrà scegliere sapendo che spesso, pur cercando il meglio, dobbiamo accontentarci del meno peggio, del possibile, senza rincorrere ingannevoli promesse, illusorie speranze, demagogie elettorali.
“Volgus vult decipi, ergo decipiatur”, “il popolo vuole essere ingannato, dunque che lo sia”, dicevano i saggi romani riflettendo su certe scelte e atteggiamenti popolari. Sapevano bene che il loro prezzo lo avrebbe pagato il popolo stesso, inevitabilmente ed anche giustamente anche se spesso inconsapevolmente.

Uniti per vincere, non per governare

Con la forza del senno di poi, tutti ora prevedono una ingovernabilità dopo le elezioni è una grave instabilità politica, anche gli stessi partiti che hanno voluto e determinato questa assurda legge elettorale. Essa è stata fatta per placare la fame di potere di tutti, dei micro partiti e di quelli intermedi che, solo uniti pensano di raggiungere il 40% e che sono i gruppuscoli personali della scomposizione politica sufficienti forse per vincere, ma non certo  per governare.
L’esempio più palese di questa situazione la si vede nell’area di centro destra dove la lista che riunisce Forza Italia, la Lega, Fratelli d’Italia e i minori di Fitto,Tosi, Cesa  etc. potrebbe forse raggiungere il 40% ma ha assai poco di unitario, di compatto, di omogeneo. Anche nello stesso documento programmatico, dove un accordo c’è solo sui titoli dei capitoli e non certo nei contenuti. Basta ascoltare i discorsi di Berlusconi e Salvini per comprendere quale possa essere la diversa strategia di ognuno e capire le pressioni demagogiche sull’elettorato e le ambizioni personali e politiche, il  diverso atteggiamento di fronte ai più importanti problemi che il Paese dovrebbe e, ne siamo quasi certi, non  sarà in grado di  affrontare. Come scrive opportunamente il noto politologo prof. Panebianco sul Corriere,  gli italiani  in realtà amano l’immobilismo, il conservatorismo, accettano le riforme solo a parole, quando non li toccano in qualche modo, sembrano incapaci di scelte coraggiose  anche se necessarie.

Centro destra e destra

La destra, al di là  di minoritarie posizioni estreme, chiassose e anche violente, è molto diversa oggi da quel centro destra dei tempi di Berlusconi e Bossi, si è fortemente radicalizzata, è rappresentata dalla Lega di Salvini, più ancora che non dai Fratelli d’Italia della Meloni. Ancor meno da Forza Italia che finge di essere d’accordo su  tutto ma è, su  posizioni ben diverse, più moderate, meno populiste, più europeiste, economicamente più ragionevoli o meno irragionevoli. Del resto la permanente sfida tra Berlusconi e Salvini per qualche voto in più per avere la Presidenza del consiglio, trasforma l’accordo in un contratto simulato, come quelli firmati allaTv, davanti al neo notaio Bruno Vespa.
Il notaio vero però, quello costituzionalmente previsto è il Presidente della Repubblica che dovrà valutare il quadro politico generale, nazionale e delle conseguenze economiche e finanziarie internazionali, della stabilità politica del Paese che potrà essere costretto a ulteriori elezioni, possibilmente con una diversa legge elettorale. Cosa questa notoriamente assai facile!
Ecco perché, nonostante le ottimistiche valutazioni berlusconiane, è difficile che il centro destra possa superare il 40% perché la sua unità non è credibile, perché Berlusconi, pure eccezionalmente attivo, impegnato e sempre commercialmente abile, ha un’età ragguardevole e senza il suo ruolo diretto salta tutto. La presenza di Salvini e della sua Lega come forza diversa e concorrente,  tende a gestire più direttamente e politicamente, le grandi e delicate questioni che abbiamo dinanzi. Sono la indispensabile crescita economica, per stimolare al massimo l’occupazione, il pagamento della montagna di interessi del debito pubblico e la sua riduzione, una seria politica delle migrazioni che ci faccia mantenere la credibilità internazionale  e la fiducia nella sicurezza interna e non ci faccia tornare alle impennate dello spread e ad un ritorno alla crisi, pur senza il contesto negativo internazionale.

Inciucio e inciuciandi

Tutti i leader politici dicono di rifiutare l’ipotesi di accordo che viene strumentalmente definito inciucio, tutti richiamano alla propria coerenza politica. Ma tutti sanno che non è vero, che sono bugie per l’elettorato.
La frantumazione politica, il qualunquismo, la demagogia sono purtroppo ormai moneta corrente.
Questo crea incertezza, anche a chi, come la destra, vuole apparire unita,  per avere, tutta insieme, il mitico 40 %, che darebbe il premio di maggioranza, ma essa non è credibile, quanto di una concorde  azione di governo. Al di là delle parole diplomatiche e poco definite, l’èlettore non è in grado di sapere cosa, e come vorrà fare, realmente e non a parole pre elettorali, per migliorare la precaria salute del Paese.
Abbiamo difronte quattro “partiti” : quello drammaticamente numeroso dei non votanti, quello ben nutrito di voti dei 5 stelle che,  nonostante quanto avviene là  dentro, raccoglie un elettorato che protesta senza avere alcuna credibile proposta, quella della lista di centro destra con una unità elettorale ma, non di azione politica, quella di un centro sinistra anch’esso tormentato dalle scissioni di chi lo vuole più a sinistra, come ai bei tempi passati rimpianti da D’Alema, e stranamente condivisi da Grasso, certo grato a Bersani per averlo politicamente inventato.
C’è da chiedersi, pur in situazione così complessa, se non sia il caso, prima di votare, di ben riflettere non su simpatie e antipatie, non solo su  precedenti  insufficienze di cui nessun governo è mai esente, ma su ciò che è utile e possibile fare, senza illusioni, senza ascoltare la musica di pifferai magici, capaci, come nella favola riportata dai fratelli Grimm, di compromettere gravemente, con  il futuro dei giovani anche quello della città  che dovevano liberare dalla presenza dei topi. Non vorremmo diventare come l’antica città di Hamelin, distrutta dalla incapacità dei suoi governanti.

Illusione democratica

Rousseau diceva che la democrazia si esercita, da parte del popolo, solo nel momento in cui vota i suoi rappresentanti e la rivede solo la volta successiva. Ritengo sia già importante che tale voto venga il più possibile rispettato e che il sistema continui, con tutti i suoi difetti e limiti.
Diversamente vengono meno tutti i freni del buon governo e, in forme varie e diverse, si va verso i regimi totalitari.
Il metodo democratico è difficile da gestire ed anche da esercitare, perché legato a fenomeni sociali, ai cambiamenti di situazione non solo economica ma culturale, di informazione e comunicazione, purtroppo anche di “mode”, di atteggiamento popolare. Ecco perché i movimenti, un tempo le rivolte popolari, sono forti, talvolta violente, legati a messaggi di persone dotate di personale carisma. Sono però anche di breve durata, dotati di proposte distruttive, anche se si rapportano sempre alla piazza, alla massa popolare ed esclusivamente nei periodi di difficoltà, di miseria, di fame, di crisi.
In Italia non siamo certo in questa situazione, anche se non ci mancano i problemi e le difficoltà che del resto tutti i paesi hanno e in larga misura più gravi delle nostre. Ma questo malessere in parte reale, in parte creato e in gran parte diffuso e strumentalizzato, toglie al Paese ottimismo, sicurezza, coraggio, iniziativa e lo spinge ancora più alla lamentela, all’autocommiserazione, ma anche alla esasperazione, alla rivalità che diventa odio politico, all’invidia sociale, addirittura a forme di protesta esagerate ed in vario modo violente.

Votare tra dubbi ed incertezze

Per questo ci troviamo a tre settimane dalle elezioni, nell’assoluta incertezza, con confuse identità politiche, nella sfiducia per i politici e le loro promesse, e con la prevalenza della “pancia” sulla ragione, e della protesta sulla proposta. Ciò spiega la crescita veloce del “populismo”. Esso prevale non nella sua interpretazione di volontà popolare, ma in quella demagogica, di promettere al popolo elettore per averne il voto, ciò che non si potrà dare, anche avendone avuto il potere dal consenso elettorale. In sostanza e consapevolmente facendo dichiarazioni e promesse senza avere la possibilità, talvolta la volontà, spesso la capacità di dare risposte serie e realizzabili e non profferte affascinanti quanto impossibili.
Nascono così le presunzioni di poter risolvere i problemi a livello locale, di avere una classe dirigente più brava perché “più vicina al popolo”, si vedono soluzioni irreali perché parziali e non realistiche, almeno nei tempi brevi di un paio di legislature. Così nascono nuove speranze e nuovi miracoli, la sfiducia nello stato e nelle istituzioni tutte spingono verso illusori localismi, i sedicenti autonomismi, le delusioni che si sono sperimentate un po’ ovunque, senza veri risultati positivi. Vedendo però una quantità di aumenti burocratici, di personale e di spesa pubblica, di dirigenza politica onerosa e spendacciona, e di tutti i limiti che abbiamo constatato con il regionalismo sempre più centralista che stiamo sperimentando da ormai quasi cinque decenni.

Politica ed alberghi a 5 stelle

Non va dimenticato il danno dei demagogici catastrofismi di cui è stato protagonista il popolare comico Grillo, con il sostegno fondamentale culturale e tecnologico di Casaleggio, le critiche fatte di insulti pseudo ironici, le piazze divertite e disinformate, le illusioni di un’impossibile democrazia diretta, di una nuova dirigenza senza esperienze e conoscenze, e che però ora rappresenta, già da una intera legislatura, una larga fetta di elettori, affascinati dalla sensazione di cambiare il Paese, senza però sapere né dire come, e di governarlo senza una classe dirigente, forse con qualche rara eccezione personale, degna di questo nome.
Si confondono le 5 stelle degli alberghi di lusso con il cielo buio della scadente politica.
Ci si basa su una dirigenza espressa con un sistema di auto candidature, sostenute da alcune decine o poche centinaia di click, su una piattaforma insicura e controllata solo da un proprietario privato, in una situazione che pare ai limiti della correttezza giuridica e istituzionale.
Queste situazioni sono il sintomo più vero di una crisi che, appunto, non è solo politica e italiana ma, in modo più generale, che si esprime anche altrove, in Europa ed in America, dove vi sono segni evidenti di crisi del sistema della democrazia occidentale. È una crisi non solo politica ma della società tutta, della dirigenza industriale ed economica, della burocrazia e delle istituzioni pubbliche, della stessa degradata cultura ormai imperante. Ecco perché ciò avviene sopratutto dove la dirigenza politica è troppo vecchia ed usurata, dove il dibattito politico è scemato con la fine quasi totale dei partiti e dove si inventano candidature “della società civile”, cioè dei vari gruppi, delle lobby, dei poteri in grado di finanziare ciò che resta dei partiti, associazioni, fondazioni,  giornali e tv.

Il meno peggio

Come possiamo, pur con tutta la comprensione possibile accettare che il Paese sia governato dall’improvvisazione, dalla superficialità, dall’impreparazione? Eppure una larga fetta di elettorato è convinta così, anche se difficilmente affiderebbe la propria azienda, il proprio studio, la propria attività a quelle stesse persone, alle quali offre la gestione del Paese.
Per fare politica, anche solo in modo decente, ci vogliono doti e qualità particolari: non sono certo indispensabili le lauree, ma le conoscenze, una base culturale, la conoscenza della storia e magari della geografia. Almeno quello, non pretendendo più gli Einaudi, i Croce, i Giolitti, o anche i Gramsci e i De Gasperi.
Non si può avere nel curriculum, come unica precedente esperienza quella di disoccupato o di esperto di Facebook. Se la maggioranza dell’elettorato comunque vorrà quel tipo di classe dirigente così sarà e ancora una volta, nella lunga storia dell’uomo, si realizzerà il detto “chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Del resto in tutte le scelte della vita e particolarmente quelle politiche e sociali, non si riesce mai ad esprimere il meglio ma solo il meno peggio. Troppo spesso si riesce, involontariamente ma consapevolmente, ad esprimere il peggio.

Ogni Nazione ha il governo che si merita (de Maistre)

Abbiamo già detto e scritto, già in occasione del referendum costituzionale, che, sulla base dell’esito, si poteva prevedere un periodo d’instabilità politica, particolarmente pericoloso per la nostra economia, in questa fase di lenta e faticosa ripresa.
La legge elettorale poi faticosamente approvata, é stata la logica conseguenza politica caratterizzata da un po’ di potere per tutti, dalla frantumazione politica, dalla difficoltà di fare un governo governante, dal sempre più basso livello rappresentativo della politica e quindi, delle istituzioni. Ora, gli osservatori più attenti sono tutti convinti delle difficoltà che ci stanno dinanzi, della superficialità e debolezza delle coalizioni. Si passerà dall’esagerata definizione di “un uomo solo al comando” alla più realistica “tutti al comando“, cioè alla politica spartitoria non solo del potere, ma anche del programma per il Paese. Godiamoci l’ultimo buon periodo di Gentiloni e attendiamoci per le elezioni, tante chiacchiere, tante promesse per un posto a tavola. Non ci potrà essere stabilità e del resto siamo un paese con alta propensione, con poche eccezioni, alla mutazione dei governi e al peso dei “populismi”.
Basti ricordare il successo dell’Uomo qualunque, di Giannini ed ai suoi contenuti, simili alle invettive grilline.
Non è una situazione solo italiana ma coinvolge tutto il mondo occidentale, Europa ed America del Nord, dove possiamo constatare una crisi del sistema democratico, l’avanzata di populismo e demagogie, la crescita di nuove forme di chiassoso protagonismo elettronico, mascherate dall’esigenza di rappresentanza popolare diretta, di un intero popolo al governo,  che diventa una forma di anarchismo. Altri cercano di rievocare gli antichi slogan già distrutti dalla storia ma, dimenticati da chi non li ha vissuti e nemmeno studiati: Sono i vecchi miti comunisti ancora truccati di socialità, di amicizia per i più poveri e quelli post fascisti del nazionalismo, del protezionismo, dell’isolazionismo truccato del Trumpiano “America first”, della visione localistica è miope del futuro politico di un mondo con veloci cambiamenti.
La classe politica, con le solite buone e rare eccezioni, sembra ormai composta o dai dinosauri del potere tutti uguali nella pretesa di mantenerlo il più possibile, o dai nuovi virgulti politici caratterizzati da impreparazione, inesperienza e molto spesso ignoranza, ma tutti, gli uni e gli altri, senza un piano strategico per il Paese. Tutti capaci di cancellare ma, non di scrivere, sostanzialmente inadeguati alle sfide di società complesse, con pluralità di poteri, con situazioni sociali che esigono buon senso, moderazione nelle scelte e coraggio nelle decisioni.
In queste situazioni muore la democrazia uccisa dalla demagogia che insegna che vince chi sa “agitare il popolo prima dell’uso”. Scriveva Lenin “non mi stancherò mai di ripetere che i demagoghi sono i peggiori nemici della classe operaia” ma noi dovremmo constatare che sono i peggiori nemici della società  tutta.
Certo, come per tutti I sistemi, alcuni modi di essere della democrazia va adeguata ai tempi, corretta negli strumenti, ripensata nelle forme, con un coraggio notevole, pari al senso dello Stato. Ma il popolo non ama le riforme coraggiose, ancor meno se sono costose, esigono sacrifici, se guardano al futuro. Se non sono espressione di egoismi, magari di pochi potenti che influenzano con gli strumenti del potere economico, funzionano, di comunicazione, la volontà di molti, sensibili, come gli assordati compagni di Ulisse, al canto delle sirene. Dopo le grandi illusioni pre-referendum, quando i contrari promettevano, una volta battuto Renzi, unico vero oggetto delle scelta referendaria, accordi immediati sulla legge elettorale, su nuove riforme costituzionali “buone”, sul cambiamento veloce del quadro politico e di governo. Chi valuta con un minimo di obiettività la situazione può trarre le conseguenze. Ma lo fa anche chi non è obiettivo e conosce la forza della dimenticanza popolare, il veloce passaggio dagli applausi al “crucifige”, la dipendenza dalle tentazioni del potere, la volontà di essere sempre sul carro del vincitore. Anche solo quando se ne immagina o prevede la vittoria. Chissà perché, se cambiano posizione i politici sono dei voltagabbana, se lo fanno gli elettori sono eroici sostenitori della nuova verità. Il quadro politico che si dovrà esaminare porta, con queste prossime elezioni, un frazionamento già ampiamente visibile tra gruppi e correnti che diventano partiti, alla difficoltà di prendere accordi veramente condivisi, alla impossibilità di alleanze effettive, e non solo elettorali checché ne dica Berlusconi. Sarà difficile fare un governo serio ed efficace, con un minimo di autorevolezza. Quello di cui ha bisogno un paese indebitato come il nostro, spendaccione ed evasore, senza un capitalismo serio e vero e un sindacalismo responsabile e quindi autorevole.
Ma noi abbiamo l’abitudine di parlare più che di agire. E più parliamo, e spesso inutilmente, più vogliamo parlare, anche quando gli eventi incombono e sono necessarie scelte coraggiose e responsabili.
Anche i potenti della Repubblica romana, nel 220 a.C., i nostri avi, amavano discutere. Come riporta Tito Livio “Mentre a Roma si discute Sagunto viene espugnata”. Da una parte c’era il Senato Romano che discusse per otto mesi dall’altra Annibale. Quante Sagunto abbiamo avuto e quante ne avremo?

Bankitalia: Quis custodet ipsos custodes?

Nel nostro strano Paese ci sono istituzioni che si possono aggredire anche brutalmente e altre di cui non si può neppure parlare. E capi di governo, presidenti, ministri, irritati e critici che contestano legittime procedure parlamentari, come interrogazioni, mozioni, atti d’indirizzo e quant’altro. Ci manca solo che s’impediscano i disegni di legge di iniziativa parlamentare e possiamo chiudere le aule di Camera e Senato. Non sono totali novità, in passato su proposte di legge che riguardavano magistratura e giustizia è già avvenuto, con gli interventi di associazioni di magistrati o gruppi degli stessi.
Non ci aspettavamo però di non poter parlare, con atti formali e pubblici, della Banca d’Italia. Questo non al bar ma tra Parlamento e Governo, ma stimolando rigorosa attenzione, tempestivo controllo di coloro che hanno importanti ruoli d’intervento, di tutela del pubblico interesse. Ed anche sanzionatorio.
Dalle satire di Giovenale, potremmo ricordare il sempre valido “quis custodet ipsos custodes?” Chi controllerà gli stessi controllori?
Il potere crea quindi la “sacralità” di alcune istituzioni che non possono essere neppure oggetto di analisi, la cui autonomia diventa autocrazia. Eppure il Parlamento rappresenta il popolo e la sua sovranità politica, giuridica, costituzionale, e allora ci chiediamo dove sia la sua centralità e la sua priorità su tutti gli organi dello Stato, poiché elegge il Presidente della Repubblica, esprime la fiducia al Governo, determina le decisioni del Paese con le sue maggioranze. In verità il Parlamento sta iniziando il lavoro della Commissione inquirente è la mozione è apparsa poco opportuna nella tempistica. Ma stava scadendo il termine del mandato del Governatore, rinnovato per altri sei lunghi anni e questo giustifica la vicenda. Urgentiora premunt, e, infatti, il Governatore è stato confermato.

I rimedi alle crisi
In questi anni certo difficili abbiamo tutti vissuto le grandi crisi del sistema bancario, ben sette banche, tre grandi e quattro minori, hanno dato al Paese gravissimi danni, costando al contribuente italiano miliardi di euro per interventi riparatori e per rimediare a errori e malgoverno aziendale, a facilitazioni per amici e clienti speciali, crediti assurdi e non restituiti ai grandi e ai potenti mentre si negavano ai piccoli imprenditori anche i finanziamenti minori, magari necessari per la sopravvivenza aziendale. O, peggio ancora, alcune banche prestavano soldi per far comprare le proprie azioni, cosa vietatissima se non chiaramente dichiarata.
Si è visto anche il livello di un certo mondo imprenditoriale, che predica il rischio d’impresa e le proprie grandi capacità, e sa “investire” con molto coraggio quando i soldi sono quelli degli altri. Come pure, senza sorprese, che uomini politici premiano con lucrosi incarichi nei Consigli delle banche i loro amici capaci di raccogliere voti senza troppo curarsi della loro competenza, serietà, talvolta anche correttezza e onestà. Tante cose non andavano e si sapeva, molti ne parlavano: delle “mafiette” degli incarichi ai professionisti, dei poteri amicali dei consiglieri e soprattutto degli amministratori e alti dirigenti, del “lobbismo” e dei favoritismi. Si è molto diffuso un sistema bancario molto “commerciale” ad onta certo dei numerosi dipendenti e dirigenti bancari onesti e capaci che devono subire sempre la dura legge di Grisham, della moneta cattiva che scaccia la buona. Quelle anomalie continuano a vederle, quotidianamente, solo i più informati che sono pochi. Gli altri le intuiscono, deducono.

La Banca d’Italia
Nonostante ciò, deve esserci la garanzia, per il cittadino, del controllo, dell’Intervento competente e preparato, dell’analisi tempestiva e magari preventiva della Banca d’Italia, in passato sempre gestita da forti personalità, da luminari, da persone che operavano con la piena fiducia dei cittadini. Anche la Banca d’Italia aveva i suoi limiti e, nella breve storia italiana, dalla unità ad oggi, le banche di emissione videro scandali e anche corruzione e mala gestio.  Basta ricordare le vicende della Banca Romana e delle gravi difficoltà finanziarie, giudiziarie e politiche che causò e le varie crisi successive di altre importanti banche.
La stessa Banca d’Italia ha avuto una struttura giuridicamente anomala: una società privata che solo negli anni trenta divenne anche, come del resto lo è ancora, ente di diritto pubblico, è contestualmente però di proprietà sopratutto di banche, assicurazioni, ed enti economici, ma con un compito pubblico. Molti giuristi ritengono vi sia un potenziale conflitto d’interessi tra le banche proprietarie della Banca d’Italia che ne deve essere il controllore. Naturalmente la gestione non è determinata dai soci, ma certo riteniamo che qualche influenza, diretta o indiretta, sia possibile e probabile, sopratutto nelle scelte interne importanti.
Con la costituzione della Banca Centrale Europea le competenze della nostra banca centrale si sono ovviamente ridotte. Il controllo delle banche italiane le è però rimasto, pur nel quadro della BCE, e le numerose e vaste crisi bancarie, con drammatiche conseguenze per i risparmiatori e gli investitori, hanno fatto riflettere sull’effettivo esercizio del ruolo di controllo, prevenzione, intervento e sanzione della Banca d’Italia.

Le banche come potere
Ciò che è avvenuto ha lasciato un’onda di critiche e perplessità, una forte delusione e la generale esigenza di un più severo controllo su banche e banchieri e su una severa tutela del risparmio che ne alimenta le casse.
C’e anche bisogno di una seria riflessione sul fatto che le banche siano, come sono attualmente strumenti di speculazione finanziaria o non debbano tornare com’erano. Infatti, dopo la grande crisi del 1929 e con la legge Glass Steagall si stabiliva là separazioni tra istituti di risparmio e finanziamento e istituti di azione e speculazione finanziaria, con i rischi connessi ma solo consapevolmente conosciuti. Sciaguratamente fu abolita nel 1999 dal Senato americano, pressato appunto dalla grande finanza americana, e seguito poi da quasi tutti i paesi dell’area.
La materia è delicata ma è evidente che, con la prudenza e la serietà necessarie, si possa sapere e parlare della Banca d’Italia e anche dei suoi massimi dirigenti. Questo, non tocca minimamente le competenze di nomina degli stessi. Non solo la mozione presentata dal gruppo del PD ci è parsa legittima, ma anche corretta, perché dice cose vere ed esprime legittime preoccupazioni dei cittadini. Il Governo ed il Presidente della Repubblica, hanno deciso in libertà e autonomia e naturalmente ne hanno assunto la responsabilità politica e istituzionale.

Politica e pubblica gogna

La nostra politica è però talmente inquinata che ogni cosa viene vista come un’arma elettorale in una lotta, come direbbe Hobbes, di tutti contro tutti, magari uno alla volta, contro quello ritenuto più fastidioso. Ora da aggredire c’è Renzi, come un tempo Berlusconi e Craxi prima ancora, e altri al governo del Paese.  Il coro del linciaggio è subito pronto: basta che si indichi il nome dell’avversario da colpire. Va detto che il linciaggio mediatico popolare, ora che ci sono i cosiddetti social media, non può avvenire senza la violenta partecipazione di chi non ne sa nulla, ma giudica. Se questo è da condannare non si può tollerare però che ci siano alcuni santuari che sembrano abitati solo da santi, che non vanno toccati, solo guardati con ammirata deferenza.  Sono le “sacre congregazioni” della magistratura, delle banche e della alta finanza, di alcuni corpi di vertice fiscale, della alta burocrazia, di alcuni grandi gruppi industriali, finanziari e anche bancari. Alcuni di questi posseggono o finanziano giornali, TV e media vari e sono talmente forti e ben coperti, da non apparire, di far si che di essi non si parli se non bene. Hanno fatto propria la frase evangelica di Gesù subito dopo la resurrezione : “noli me tangere”, non mi toccare. E questa frase divenne anche il simbolo di nuove, diverse, indotte sacralità, che nessuno può toccare. Ma talvolta si può rovinosamente cadere da un robusto e bardato cavallo.

 

Apprendisti stregoni

Wolfgang Goethe, alla fine del 1700, scrisse una ballata, ripresa da un racconto di Luciano di Samotracia, scrittore, storico, uomo di cultura del primo secolo: era la storia di un apprendista stregone, non esperto del mestiere, che aveva scatenato per ignorante incompetenza, forze e situazioni che non sapeva più controllare e che creavano gravi e irreparabili danni. Finché non torno lo stregone vero e sapiente evitando il peggio. Nella storia non sono mai mancati gli apprendisti stregoni, che hanno saputo unire la presunzione e l’arroganza alla spregiudicatezza, all’irresponsabilità, all’illusione e alla demagogia. E spesso i popoli li hanno osannati e sostenuti salvo poi lasciandoli soli, sconfitti, condannati da sé stessi, al proprio destino e con le critiche popolari sempre pesanti per chi perde. Se Luciano di Samotracia ne scriveva 2000 anni fa, vuol dire che il fenomeno è assai  antico.

Una catena di errori

Non ci stupisce dunque la situazione della Catalogna, fatta divenire, come prevedibile, disastrosa, difficilmente risolvibile e quindi foriera di gravi danni per la Catalogna e tutta la Spagna. A prescindere da ogni forma di legalità e illegalità, resta una situazione politica creata da persone incapaci di prevedere gli sviluppi di ciò che hanno voluto causare, a cominciare da una mobilitazione popolare intorno ad un referendum chiaramente illegale cui peraltro ha partecipato la minoranza dei potenziali aventi diritto. Ci sono errori frequenti nel comportamento politico e in generale di arroganza e sottovalutazione degli avversari, di incomprensione delle situazioni. Per questo soprattutto in tempi difficili, si pensa più a vincere le elezioni che a ben governare, che obiettivamente è più difficile, faticoso, complesso. Gli apprendisti stregoni di Barcellona hanno scritto un progetto massimalista e quindi difficilmente o per nulla attuabile e senza uscite ragionevoli. Hanno pensato di far credere a una Catalogna impoverita da Madrid, vessata e alla ricerca di diritti, alla ricerca di libertà mentre in Spagna e all’estero tutti sanno che ciò non è vero. Hanno puntato su una presunta carenza di democrazia e di libertà. E tutti, in Spagna e all’estero sanno che non è vero ed è una colossale bugia. Hanno puntato su una presunta debolezza, personale e politica, del presidente Rajoy e del suo governo e dello stesso re di Spagna. Forse pensavano che potessero accettare la repubblica di Catalogna essendo a capo del  regno di Spagna. E hanno sbagliato. Hanno ritenuto possibile un intervento dell’Unione europea a loro favore e contro lo Stato spagnolo, ignorando le stesse competenze dell’Unione e i loro limiti. E hanno sbagliato cercando invano qualche “mediatore” che in qualche modo li potesse utilmente sostenere. Hanno scommesso sulla forza “politica” di un referendum per definizione illegale, dimenticando di essere in uno stato di diritto, dove la legge ha un valore  giuridico e non solo politico. Ciò dimenticando il peso dell’altra parte, forse più numerosa, di popolazione catalana che era stata intimidita e che ha però alzato le sue bandiere. Altro errore, questo proprio nei riguardi di tutti i catalani. Hanno fatto le vittime sugli interventi della polizia spagnola, che è stata oggettivamente pesante. Ma forse immaginavano che fosse riguardosa e che chiedessi gentilmente ai votanti separatisti di allontanarsi  dai seggi, magari  ottenendo il loro consenso? Hanno scoperto che i poliziotti nazionali sono gentili come i loro Mossos de esquadra, fatti diventare un esercito separatista, dopo che la Spagna li aveva lasciati, con pieni poteri, all’autonoma Catalogna. Quando si accende un fuoco e inizia a bruciare una foresta, non ci si può lamentare di ciò che avviene durante l’incendio. Hanno creduto di controllare l’economia e la finanza e anche le loro stesse banche e le grandi industrie hanno cominciato a predisporre un esodo fuori dalla “Repubblica di Catalogna”. E saranno seguite da altre importanti, soprattutto a capitale estero o nazionale spagnolo.

Le battaglie politiche vere

Molti catalani hanno cominciato a tremare e a trasferire i propri soldi nell’Unione Europea e quindi in Spagna, e hanno finalmente capito che nell’Unione non entreranno per la loro forza ma, solo se la Spagna dirà di sì assieme agli altri Paesi, che certo non vogliono gli effetti di un qualsiasi contagio separatista. Previsione questa abbastanza facile ma non per giovani apprendisti. Così i dirigenti delle istituzioni hanno creato i presupposti per l’attuale situazione e avranno lo scontro e la inevitabile resa, finendo sotto processo per avere attentato all’unità dello Stato. Con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione e le sue conseguenze. Capiranno allora che la capacità politica è una cosa seria e che ogni situazione va affrontata con gli strumenti giusti. La vera autonomia politica, se la si vuole, la si ottiene come dimostra la storia del mondo, con le guerre vinte e con le rivoluzioni vere. Come quella francese o la guerra civile americana o la vittoria di Oliver Cromwell che fece impiccare il re Carlo I per instaurare la sua breve repubblica inglese. E tante altre che la storia ci ricorda. Alla base delle rivolte, quelle vere, c’è sempre la fame, quella vera, del popolo, la mancanza vera, di libertà con i soprusi delle dittature, la conseguenza drammatica di guerre perse, come le ultime due mondiali, che hanno dato l’avvio e la diffusione di gravi autoritarismi, di vere dittature, fino al nazismo di Hitler. Gli apprendisti stregoni in politica non possono, non sanno avere lo sguardo lungo sugli eventi, nemmeno naturalmente su quelli da loro stessi irresponsabilmente provocati. Guarderanno increduli agli eventi sorpresi degli esiti, da esiliati, rimpiangendo il grande potere che avevano e che hanno distrutto, con la loro presunzione da apprendisti stregoni.

Autonomia per cosa?

Siamo alla data che la Lega Nord definisce “storica” e l’aggettivo denuncia le vere intenzioni di un referendum consultivo, formalmente legittimo, ma che serve soprattutto, o forse solo, per dare più forza elettorale al partito dei due “governatori”. Esso sta già rischiando di fare la fine di quello recente e costituzionale, previsto dalla Carta e dalla legge, per realizzare modifiche alla nostra vecchia Costituzione, che si dice sia la più bella del mondo dimenticando che anche le donne più belle invecchiano. Esso è però utilizzato per obiettivi assolutamente diversi da quelli dichiarati, come il precedente, strumentalizzato per causare la crisi di governo e far allontanare Renzi, per poi sostituirlo con un altro governo che il Parlamento ha approvato, identico al precedente salvo qualche spostamento, in termini minimi, con la presidenza del già ministro degli Esteri Gentiloni. E, come previsto, dando al Paese una ben maggiore instabilità che, per la mancanza di riforme e la legge elettorale fortemente proporzionale, garantisce anche per il futuro, incertezze, debolezze, scarsi poteri reali e formali.
Al referendum dovremmo in sostanza dire se le due regioni dovranno negoziare con il governo nazionale maggiori autonomie, ignorando che è cosa che ogni Regione può già fare senza nessuna consultazione popolare e che alcune stanno già facendo. In sostanza bastava una semplice lettera dei Presidenti regionali senza sprecare milioni e milioni di euro, che per il territorio non ci sono mai, ma per questo evento si sono trovati con facilità e abbondanza.
Ci si dice che vogliamo in queste regioni gli stessi poteri, peraltro definiti falsamente intoccabili, delle regioni e province a statuto speciale, che vogliamo essere come loro, come Trento e Bolzano e Aosta o almeno come il Friuli Venezia Giulia. Nessuno dice come la Sardegna e peggio ancora la Sicilia per pura carità di patria. E nessuno ci spiega e neppure ci informa di quanto avviene nelle autonomie del Nord che sembrano tutte belle, pulite, corrette, senza scandali, senza vergognosi privilegi, con vantaggi solo per i loro cittadini, in misura sproporzionata dipendenti da Province e regioni speciali. Che peraltro paghiamo noi e il Paese tutto. Basta leggere le cronache e conoscere le norme che si sono fatte per rimanere scandalizzati. Per un’informazione più completa basta leggere l’ottimo libro di De Robertis “La casta a statuto speciale”.
Facciamo dunque un referendum perché vorremmo diventare come loro, magari pensando che le altre regioni, oltre Lombardia e Veneto, stiano zitte e non facciano altrettanto, tutte assetate, vogliose di bere all’otre immensa del debito pubblico, che si allarga sempre di più, con fonti di spesa sempre più numerose e costose e troppo spesso irresponsabili.
Gli esempi di come vanno le autonomie speciali li abbiamo sotto gli occhi, e assistiamo ai loro abusi e privilegi senza alcuna reazione, salvo una sorta di rassegnata invidia.
Procedendo su questa linea saremo sempre più autonomi e sempre più velocemente giungeremo alla bancarotta.
Il vero, serio referendum dovrebbe chiedere, a tutta l’Italia, di abolire le situazioni superate dalla storia, dalle emergenze sociali e politiche, eliminate dalla ricchezza conseguita in quei territori e basate sulla violazione, che logicamente non può essere eterna, della Costituzione che prevede all’art. 3, l’uguaglianza di tutti cittadini di fronte allo Stato.
Anche nelle altre regioni, non speciali, quante cose si sarebbero potute fare se si fosse realmente voluto e non solo dichiarato. Per la tanto conclamata autonomia lombarda veneta, basta ricordare che i due “governatori” e altri della Lega sono stati a lungo nel governo del Paese come importanti ministri: gli attuali Presidenti Maroni e Zaia, e poi Calderoli, Bossi, Castelli e altri. Ma battaglie autonomistiche non ne abbiamo viste. Anche tanti altri, esponenti di partiti allora e ora loro alleati sono stati a lungo al potere. Oggi li seguono pur poco, uno per tutti il presidente Berlusconi.
Ci si chiede come tutti loro, nei momenti del loro potere nazionale, e ne hanno avuto tanto, non hanno fatto le cose che ora sottopongono a referendum. Ed anche perché, quando erano in una forte opposizione al governo Prodi, non hanno fatto ciò che ora fanno, pur essendo anche ora all’opposizione.
Ecco perché anche un’azione politica giustificabile, condivisibile o meno, diventa poco credibile, strumentale per diversi obiettivi, non dichiarati e più miseri, strumento di campagne elettorali attuali e future. Per di più con notevoli spese per tutti i cittadini.
Ci si chiede, anche se, le attuali regioni siano in grado di gestire tutte le competenze che chiedono o, come già avviene, dimenticano le competenze ma ricordano i soldi relativi che peraltro vengono spesi altrove. Certo tutta la pubblica amministrazione ha bisogno di riforme importanti, frutto di un enorme comune lavoro dello Stato, in una comune attenzione all’interesse nazionale. Ma le regioni vanno bene così? Se lo Stato esprime varie mancanze nella sua dirigenza, riteniamo che quella regionale e locale stia meglio? Bisogna riflettere, ma purtroppo non si conoscono, sulle richieste delle regioni e valutare se finora hanno fatto tutto bene, fino in fondo, ciò che possono fare e che è già nei loro compiti. Non possiamo falsamente sfogarci con referendum, giuridicamente legittimi, ma non proprio utili alla soluzione dei nostri assai importanti problemi.  Del resto, come i separatisti catalani che sono andati a votare erano quelli del sì, e gli altri non votanti per il no, così il lombardo veneto che voterà sarà prevalentemente quell’io del sì, che vuole la massima autonomia, il “vogliono tutto” come ha detto Zaia. Di conseguenza ora il votare significa aderire con questo voto alla Lega pienamente, a Forza Italia debolmente, a fratelli d’Italia solo per finta. E quindi per tutto ciò che questo comporta non solo sulla presunta autonomia lombarda e veneta ma dando un segnale utilizzabile per le prossime elezioni politiche e regionali, una sorta di anticipata conferma delle attuali dirigenze regionali, opposizioni a livello nazionale. Questo si vuole per giudicarla sulla base di un presunto autonomismo e non sui fatti concreti, sulle attuazioni politiche, su organici e concreti progetti di sviluppo regionale. Riflettiamo su cosa, al di là di slogan e generiche promesse, è necessario a tutto il Paese, non solo a partiti, correnti, lobby e persone, a caccia di potere, anche se spesso carenti di idee e capacità.

Autonomia: Il vero quesito

Volevo scrivere una nota sul referendum, quando ho letto sul Corriere della Sera di Verona, del 15 ottobre 2017, l’articolo “Autonomia: Il Vero quesito” di Stefano Allievi, che mi è apparso magistrale, riflessivo, serio, non fazioso ma realistico. Ho pensato di comunicarne il contenuto, che condivido pienamente e che va letto per una seria riflessione sul voto. Il prof. Allievi è docente di Sociologia all’Università di Padova, scrittore di libri estremamente interessanti, giornalista e studioso di alto livello.

Autonomia: il Vero quesito

Siamo tutti per l’autonomia. E tutti ne vorremmo di più: per noi stessi, per i nostri figli, che educhiamo (o almeno diciamo di farlo) a questo scopo. E vorremmo che ne mostrassero di più anche i nostri collaboratori: salvo alzare il sopracciglio preoccupati, e reagire, se, ai nostri occhi, cominciano ad esagerare…
Ecco, la questione dell’autonomia si pone così: nella vita reale, e anche in politica. Facciamo un referendum ad uso dei nostri figli, dei nostri dipendenti, dei nostri studenti – chiedendo: volete voi avere più autonomia? Risponderanno di sì. Forse risponderebbero in parte diversamente se il quesito fosse posto in altro modo (pure, più corrispondente al vero): volete voi che otteniamo più autonomia per gestirla in nome vostro? Perché, nei sistemi di democrazia rappresentativa, non è il popolo che governa, ma i suoi rappresentanti; e – come Churchill quando diceva che “la democrazia è il peggiore dei sistemi possibili, ma non ne conosco uno migliore” – siamo convinti che sia bene così. Posta così la domanda, ne implicherebbe di ulteriori: sulle quali sarebbe in effetti utile interrogarsi. Non sul “se” dell’autonomia, su cui siamo tutti d’accordo: ma sul “chi” (ne ha le necessarie capacità? le qualità?), e sul “come” (per farne cosa? per andare dove?).
Il “chi”, innanzitutto: quale classe dirigente politica? Dall’altro di quali prove? Con quali esempi e quale successo? E’ bello essere “paroni a casa nostra”, se i paroni sono illuminati. Che prove ha dato la classe dirigente politica veneta? Quali esempi di buongoverno? In quali campi? Con quali innovazioni profonde? Quale autorevolezza ha saputo conquistarsi a livello nazionale? Quale peso? Ma questo è forse anche il meno: in fondo, la responsabilità si dovrebbe imparare ad esercitarla esercitandola, appunto – anche se sarebbe meglio dopo adeguata preparazione e seri studi alle spalle. Le classi dirigenti dell’autonomia si dovrebbero poter formare contrattandola, l’autonomia, e poi esercitandola: così come i nostri figli si ritagliano il proprio spazio conquistandolo spanna dopo spanna in dure contrattazioni, per poi esercitarlo in proprio, e infine andare per la propria strada, in completa (e nei casi migliori, grata e non conflittuale) autonomia. Il primo interrogativo è proprio lì: perché non hanno saputo contrattarla fino ad ora, se non a parole, pur in presenza di spazi disponibili, e aver addirittura esercitato il governo nazionale? Perché – come tra gli adolescenti al primo conflitto familiare – girano più slogan che proposte concrete, più aspirazioni immaginarie (saremo come l’Alto Adige) e roboanti proteste (me ne vado di casa…) che progetti costruttivi?
Ma il problema principale, quello su cui dovremmo davvero discutere (e che invece è completamente assente dal dibattito, e non per caso), è quello sul “come”. Autonomia, bene: ma per fare cosa? per andare dove? A giudicare dai temi su cui si è incartato il dibattito politico dell’autonomismo veneto negli ultimi anni, nella direzione sbagliata: continui litigi in famiglia (l’inesausto contenzioso con Roma, che talvolta è parso volto più a marcare il punto che a ottenere un risultato) e, tra figli, il gioco irresponsabile di scavalcarsi a chi è più autonomista, a colpi di iniziative-bandiera irrilevanti o nefaste, dalle leggi in controtendenza col mondo sul “prima i veneti” alle iniziative per difendere un dialetto che non ha bisogno di tutori, fino alla coltivazione sistematica della chiusura, alla strumentalizzazione di comprensibili paure, all’autarchismo del pensiero, che non è una forma di saggezza, ma di ignoranza. E – in disordine sparso – l’economia, il mercato del lavoro, la formazione professionale, le startup, l’industria 4.0? L’innovazione tecnologica, la promozione territoriale, lo sviluppo di una vera economia del turismo? L’istruzione superiore e specialistica? La pianificazione territoriale, le politiche del trasporto, le infrastrutture digitali e non? L’aggancio con i grandi trend globali? Una vera e attiva politica della cultura, che dovrebbe essere l’immagine e il vanto di una raggiunta autonomia? (guarda che grande, forte e intelligente che sono diventato…). Davvero la risposta può essere solo che mancavano i soldi? Ed è credibile dire – anche alla luce di precedenti recenti – che se ce ne fossero di più, si spenderebbero bene? Proprio la storia dei patrimoni familiari e industriali (non parliamo di quelli bancari…) di questa regione mostra che non è scontato: e che nemmeno una vincita alla lotteria è garanzia di benessere.
Tutti o quasi vorremmo possedere un’auto più grande, potente e veloce. Ma non la affideremmo a un guidatore inesperto, e soprattutto mai la daremmo in mano a chi vuole portarci nella destinazione opposta a quella che dovremmo raggiungere. Una Ferrari nelle mani sbagliate sulla Pedemontana rischierebbe di essere non una garanzia di miglioramento e di successo, ma la precondizione di disastri ulteriori – se va bene, consumi maggiori per ottenere il medesimo risultato.
Si è voluto cominciare dalla fine, con un azzardo un po’ guascone. Ricominciamo invece, seriamente, dall’inizio. Chiediamoci dove vogliamo arrivare, perché, aprendo quali prospettive alle prossime generazioni; e, anche, guidati da chi. La discussione sulla quantità di autonomia che ci serve diventerà senza dubbio più concreta, seria e praticabile. E appassionerà, a quel punto, molto di più.

Autonomia: il vero quesito. Tra slogan e contenuti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 15 ottobre 2017, editoriale, p. 1

La bandiera obbligatoria

Bazzecole
I problemi che ci sono nelle regioni italiane sono complessi e faticosi, le leggi complicate. È più semplice legiferare dove sono sufficienti slogan e battute. Come ha fatto il Veneto, dove, su spinta di Zaia, più leghista che presidente, si è discusso e votato sulla bandiera veneta da esporre obbligatoriamente. Se lo Stato non è d’accordo, si è “considerati una colonia”. Ma, i capi delle colonie erano un po’ meglio di questi nuovi leader e si battevano, rischiando e rimettendoci la vita, con coraggio, anche dalle galere dove i governi europei li tenevano per anni.
Basti pensare a Gandhi e a Mandela, a  Al Mukhtar in Libia o ad Hailé Selassié in Etiopia o Abdullah Hassan in Somalia, per ricordare le nostre colonie, o Lumumba in Congo e tanti altri ancora.
Non cercavano “autonomie” seduti su poltrone presidenziali con i loro poteri, ma libertà, fine del dominio di duro colonialismo e, illudendosi, anche dello sfruttamento dei loro territori.
Ma è tutto comprensibile. In vista del referendum sulla “autonomia veneta”, anche una leggina sulla bandiera serve, e si aggiunge alla spesa, di parecchi milioni di euro, di questo puro e semplice evento di campagna elettorale, utile solo a un partito e per le prossime elezioni politiche.
Vogliamo diventare come Aosta o Trento e Bolzano, che rappresentano una vergognosa spesa per lo Stato, una violazione dell’art. 3 della Costituzione creando disparità tra i cittadini, ormai senza alcun serio e reale motivo, diventando come loro. Sarebbe ben più logico affermare e battersi per la fine di quei privilegi, ormai antistorici e superati, dati a province e regioni ricche a spese di altre regioni e dello Stato e fare uno sforzo politico per eliminarle e rivedere le competenze in modo più organico e definito.
Ecco perché la bandiera veneta, imposta con legge  regionale, è, oltre che una norma incostituzionale e quindi cassabile, una dimostrazione di debolezza della regione. Molti comuni e uffici la espongono volontariamente e se lo faranno tutti sarebbe anche bello ma, esposta liberamente. Se vogliamo anche provocatoriamente, come avveniva durante il Risorgimento con il tricolore. Essere solo uno strumento elettorale che spinge verso un referendum consultivo che sarà esaltato come volontà popolare e generale di tipo separatista, anche perché la vera autonomia politica e giuridica ce l’hanno solo gli Stati. Molto più corretto il comportamento dei partiti di Scozia o Catalogna, che vogliono la vera scissione, e lo dichiarano, con più coraggio. Ma se in Veneto la Lega lo dicesse chiaramente, come faceva al tempo del primo Bossi, potrebbe ottenere gli stessi consensi? Meglio limitarsi alla bandiera e poi fare come con i vaccini, lasciarla cassare dallo Stato, furberie da quattro soldi, per poter dire alla gente che peraltro non è così stupida, di uno stato prepotente che ci tratta come colonie. Per parlare di colonie però, bisogna conoscerne almeno un po’ di storia e non sbagliare i confronti.

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Saranno tempi difficili

I giornali dicono che si può avere un nuovo accordo sulla legge elettorale ma, con questo Parlamento, ci si può aspettare un altro flop, come con  l’accordo di qualche mese fa, con franchi tiratori, con rivoluzionari e responsabili, con combattenti “pro domo sua”. E con amici dei boss (un tempo chiamati leader) o con altri timorosi delle loro imperiali decisioni.  Il cammino sarà assai impervio e questa nuova proposta di legge non lo faciliterà.
Deve accontentare tutti o quasi. Però, i Cinque stelle, dopo la plebiscitaria e affollata partecipazione popolare per l’indicazione a leader e Presidente del Consiglio del noto intellettuale Luigi Di Maio, non sono d’accordo. Come pure sono avverse le giovani energie di Bersani, D’Alema e confratelli che, pur di ammazzare Renzi farebbero bruciare tutta l’Italia e l’altro giovane Werther, l’avv. Pisapia, già parlamentare ed ex sindaco di Milano, che vorrebbe fare il capo di tutte le sinistre scontentandole tutte con le sue incertezze e i suoi dubbi. Anche il giovane Silvio Berlusconi punta alla propria leadership, tornato in forma più ricco di prima in soldi e in progetti, peraltro non esplicitati e senza certezze sulle alleanze. Se in passato si lamentava dell’inaffidabile fedeltà di Casini, di Fini e altri, figurarsi ora con Salvini e i suoi, Meloni compresa.

Verso le elezioni politiche

La legge elettorale, fondamentale strumento per la vita democratica e per il buon governo del Paese, non è quindi pensata per l’interesse generale e primario del Paese stesso, ma per gli obiettivi di ogni singola posizione politica, ogni singola ambizione personale dei capi popolo e chi ha i mezzi per esprimere e promettere potere, posti, vantaggi e prospettive.
La nuova proposta di legge, chiamata “rosatellum” diventa proporzionale per i due terzi e maggioritaria con collegi uninominali (per forza assai grandi) per un terzo, più o meno. Esattamente il contrario del “mattarellum”, che bastava correggere per dare al Paese un minimo di governabilità, maggioranze più stabili senza continui cambi di casacca, senza lotte a coltello o a magistrato. Anche la solida Germania, che una leader autorevole ce l’ha, ora deve fare i conti con il sistema proporzionale e certo non è debole come l’Italia.
Tutti sanno che il sistema proporzionale è il più rappresentativo, ma è fonte di debolezza politica, di frazionismi, di lotte personali che si dicono sempre correntizie e di idee. Così come sappiamo che il Paese ha bisogno di stabilità, di governi duraturi che possono garantire l’affidabilità degli impegni nazionali. Abbiamo visto ciò che è avvenuto in Grecia, e in Spagna, con mesi e mesi di trattative e contrasti prima di esprimere l’attuale governo, e in Belgio e si potrebbe continuare. Basta ricordare la Francia del lontano 1958, che aveva una bella proporzionale, ma pure ventidue governi in meno di venti anni, e crisi ai limiti della guerra civile, prima di richiamare De Gaulle a cambiare le cose e la carta costituzionale. Che il popolo approvò con il suo voto referendario.

Promesse da marinai

Del resto anche noi, pur in questi tempi diversamente difficili, abbiamo avuto, pur meno organici e frutto di mediazioni e compromessi, i nostri tentativi di riforma, votati dal Parlamento e anche da chi non li ha poi fatti votare al referendum.
A chi, di fronte a quei politici e non solo, esprimeva i propri timori per la stabilità del Paese, del suo governo, per le difficoltà future, si rispondeva assicurando che, scalzato Renzi che era l’unico obiettivo da combattere, si sarebbe subito trovato l’accordo per una nuova, bella, condivisa legge elettorale, che tutti finora abbiamo aspettato e aspettavano invano. Ci dicevano che ci sarebbe stata a breve anche una “riforma costituzionale “seria” visto che tutte le forze politiche, allora e in passato, ne avevano riconosciuto la necessità.
Dopo avere accertato col referendum la volontà popolare e l’idea che la nostra costituzione è la più bella del mondo, è legittimo chiedersi chi avrà più la voglia, il coraggio, il senso dello Stato, la fiducia per riprendere quel discorso. Rendiamo inutile, ancora una volta, il lavoro di ben tre commissioni interparlamentari, di un permanente pluridecennale dibattito politico e giuridico, di due leggi costituzionali, bocciate poi dai referendum.
Così ha voluto il popolo. Ha voluto tenersi il bicameralismo perfetto con due leggi elettorali diverse e costituzionalmente sanzionate dalla Corte, un inutile CNEL, le già abrogate Province di cui in realtà poco sentiamo la mancanza. E ci teniamo il permanente contrasto, che blocca la Corte Costituzionale, tra i poteri concorrenti dello Stato e delle Regioni che era indispensabile definire. Ci teniamo le Regioni, sopratutto quelle a statuto speciale, con tutto ciò che ha caratterizzato la loro attività e il loro esercizio del potere e gli scandali connessi che hanno fatto concorrenza con quelli dello stesso stato accentratore. E tanto altro ancora. Ma alcuni ci dicono che funzionano bene.
Tutto questo ce lo terremo a lungo e siccome il popolo lo ha voluto è legale, intoccabile, anche se non confacente con gli interessi reali del Paese.
La nuova legge elettorale, che ancora non c’è, creerà comunque gravi difficoltà alla vita parlamentare, governativa, istituzionale della nostra povera Italia. E se non ci sarà un accordo sufficiente, e pensiamo che potrà finire così, sarà la stessa cosa perché faremo, in mancanza di altro, le elezioni politiche con il “consultellum”, e cioè con quello che rimane dopo le decisioni della Suprema Corte.

È necessario ricostruire

Molti credono che lo stellone d’Italia ci porterà fortuna e ci risolverà i problemi, favorirà la comprensione altrui, in qualche modo lavorerà per noi. Dimenticano che nessuno e nulla protegge chi non lo merita, persone e popoli.  Non c’è merito se non s’impegnano con sufficiente rigore e consapevolezza, se guardano al particolare interesse e non a quello generale, se fanno prevalere la pancia sulla ragione, i diritti sui doveri, entrambi sacrosanti insieme, se non vedono il proprio piccolo scandalo ma solo quello, sempre grande degli altri. Potremmo meritare aiuto dalla dea Fortuna se sapessimo avviare una seconda ricostruzione, non tanto materiale di edifici e fabbriche distrutti come la precedente ma, morale e senso dello Stato, di visione ampia dei problemi, e di rinnovato rispetto dei valori.
Sono quelli di onestà, di senso del dovere, di altruismo e generosità, di distacco dal gretto materialismo, dalle sudditanze esclusive al denaro, del rispetto per gli altri, dall’attenzione alla verità e al rigetto dell’ignorante demagogia. Così facendo potremmo tutelare il nostro interesse collettivo oltre a quello individuale, esprimendo una classe dirigente degna del suo ruolo, avremmo un reale prestigio, tra noi stessi e con gli altri, che ci renderà cives, da cui deriva la parola “civiltà”, che è “la forma con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale di un popolo” (vocabolario Treccani).
Non siamo, infatti, altro che ciò che sappiamo esprimere.

Il potere è sempre autonomo

Le vacanze sono quasi finite, e tutto torna normale. Anche gli imbecilli hanno fatto la loro sosta ma ora ritornano in forza e dobbiamo stare attenti perché sono pericolosi, come scrive Maurizio Ferraris, professore di filosofia teoretica in un bel libro dal titolo “l’imbecillità è una cosa seria”. Ci chiediamo cosa essa diventi quando si diffonde con le campagne elettorali, quando diventa moneta corrente, inflazionata, facilmente spendibile. In certi momenti, quando la lotta è solo per il potere, ogni arma è buona e troppo spesso usata, non per ferire le persone, ma per uccidere la democrazia, quella sostanziale, e sostituirla con la demagogia. Si può farlo con l’informazione falsa o gestita in modo scorretto e strumentale, con promesse economiche e politiche che si sanno irrealizzabili, con accuse senza prove ma eclatanti che poi finiscono nel silenzio e anche creando un clima accusatorio, sfruttando momenti difficili, o eventi particolarmente emozionanti, scatenando in tempi di social network i peggiori sentimenti di gente arrabbiata col mondo. Chi ha il potere può farlo con decisioni clamorose, con dimostrazioni di forza su problemi particolari. Ci pare il caso della decretazione del “governatore” Zaia di rinviare di due anni l’esecuzione della normativa sulle vaccinazioni obbligatorie, senza le quali non si possono frequentare le scuole, a giusta tutela di tutta la collettività scolastica e non solo. Zaia sa bene che la sua decisione non avrà seguito reale e che lo Stato la impedirà. Intanto però ha creato un grosso problema di conflitto proprio tra Stato e regione, e proprio in vista del referendum sulla “maggiore” autonomia delle regioni Veneto e Lombardia. Sono le due regioni a presidenza leghista, cui guarda con interessato affetto, il “governatore” della Liguria Totti, assai filo leghista, in difesa della sua carica, come il lombardo Maroni ed il veneto Zaia, filo berlusconiani, a salvaguardia della propria. Anche chi non è d’accordo gli corre dietro, perché dire alla gente la verità del proprio pensiero può dare cattiva immagine sul nostro amore per le autonomie, anche quelle pericolose che vanno ai limiti del separatismo. Zaia vuole affermare la autonomia regionale, quella massima, che appartiene allo Stato per il illudere i veneti sul “potere possibile”, in questo caso, anche quello di giocare sulla salute e sulla pelle dei nostri figli e nipoti, di quelli veneti e di altri. Cosa si fa per raccogliere voti e per illudere la gente. Naturalmente poi, se succederà qualcosa di grave, la colpa sarà degli immigrati, portatori di tutti i mali del mondo, all’ospitale Veneto, dove invece tutto va bene, pure le banche e gli appalti pubblici e naturalmente per merito della Lega. Si dimentica che il Veneto è così per merito dei veneti che, negli anni del dopo guerra, hanno scelto una classe politica veneta, capace di trasformarlo da miserrima terra di emigrazione, di agricoltura, di sussistenza, di miseria generale, in terra di sviluppo industriale, di agricoltura fiorente, di benessere diffuso. E non c’erano né Grillo né Zaia, né Di Maio, né Salvini. Ora bisogna dimostrare che il Veneto e la Lombardia sono tutti filo leghisti e, come ai tempi di “Roma ladrona”, sentono un po’ la puzza degli altri italiani, almeno quelli dall’Emilia in giù. Ecco perché ci si chiede di votare su nuovi poteri alle due regioni, solo queste due, che significa dare un voto non ad una presunta autonomia, ma al partito che, sostenendola, vuole per sé maggiore poter. Con altri presupposti politici avremmo meno timori, ma comunque ci troviamo ormai con gli strumenti politici e giuridici superati dalla tendenza popolare al qualunquismo, all’antipolitica, alla fiducia nei dilettanti inesperti, a una utopistica e impossibile democrazia diretta che consenta a ridotte oligarchie di fare il loro mestiere, che è di gestire il potere lasciando credere al popolo di essere sovrano anche quando persegue il proprio danno. Non è certo la prima volta che succede. Infatti, troppa gente che giustamente valuta ciò che non funziona nello Stato, per nulla si chiede cosa fanno le regioni, a parte la gestione amministrativa della sanità, cosa importante, ma che, buona o cattiva è frutto di una cultura e storia civile,, di un modo di vivere e di comportarsi che ha le sue radici ben più lontane. Le regioni Veneto e Lombardia vogliono avere la massima autonomia, ma solo per loro. Quando la chiedono i Comuni, le loro organizzazioni comunitarie, le stesse province, le regioni sono sorde e mute. L’autonomia ha da essere solo regionale, il poter fare dei piccoli Stati centralizzati con sedi iper costose, personale a non finire, poteri che non vengono delegati e nemmeno esercitati. Dobbiamo dargliene di più? Con la riforma costituzionale si sarebbero chiariti i poteri, eliminati i continui contrasti Stato – regione, risolti molti problemi, e individuati i poteri reali e veramente autonomi delle regioni. Gli italiani hanno detto di no: siano ora soddisfatti delle loro decisioni. Ormai sappiamo che i referendum non rispondono alle domande formali dei loro contenuti. Come avvenuto con quello costituzionale che in realtà era pro o contro Renzi, così questo sarà a favore della Lega e di un non dichiarato ritorno al separatismo. È opportuno che la gente sappia almeno cosa succede e perché e per cosa realmente si va a votare. Anche se probabilmente si rivelerà inutile.

Mostra “Fuori dal Comune”

 

 

 

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Da martedì 22 agosto a martedì 29 agosto in Sala Bouvette alla Gran Guardia

la Presidenza del Consiglio Comunale con  l’Associazione dei Consiglieri comunali emeriti

organizzano una Mostra

“Fuori dal Comune”

con dipinti, sculture, fotografie, libri, da creatività, riflessione e studio degli amministratori comunali dalla Liberazione ai tempi nostri.

La mostra ha avuto il contributo di Amia Verona SpA e della Banca di Verona-Credito Cooperativo Cadidavid

Inaugurazione martedì 22 agosto, alle  ore 18.00

Di seguito il programma dettagliato degli incontri giornalieri con gli autori:

 Mercoledì 23 agosto 2017 h. 17,30

Giorgio Chiavegato
Giorgio Massignan
Edo Montini, presentato da Claudio Gallo

Coordina Giorgio Gabanizza

 Giovedì 24 agosto 2017 h. 17,30

Averado Amadio
Luciano Corso
Mao Valpiana

Coordina Enzo Erminero

Venerdì 25 agosto 2017 h. 17,30

Paride Piasenti, Ambrogio Stirelli, Roberto Uboldi,
presentati da Enzo Erminero e Aldo Sala

Coordina Silvano Zavetti

Sabato 26 agosto 2017 h. 17,30

Vittorino Colombo e Antonio Pesenti, presentati da Gian Paolo Romagnani
Lucillo Bongiovanni e Berto Perotti, presentati da Agostino Contò

Coordina Silvano Zavetti

Domenica 27 agosto 2017 h. 11,00

Lucia Cametti
Aventino Frau

Coordina Silvano Zavetti

Domenica 27 agosto 2017 h. 17,30

Giovanni Bevilacqua
Remo Bresciani
Maurizio Casari, presentato da Francesco Arduini e Cosimo Le Rose

Coordina Giorgio Gabanizza

Lunedì 28 agosto 2017 h. 17,30

Gianni Amaini
Giancarlo Passigato
Gianfranco Prati
Silvano Zavetti

Coordina Laura Bellamoli

Martedì 29 agosto 2017 h. 17,30

Giorgio Bertani

Coordina Carlo de’ Gresti

Gianni Amaini, Giorgio Gabanizza, Silvano Zavetti
presentano le pubblicazioni dell’Associazione

Coordina Carlo de’ Gresti
Dove:
•Palazzo della Gran Guardia – Piazza Bra – Verona

Quando:

Inaugurazione Martedì 22 agosto, ore 18.00

da mercoledì 23 agosto a martedì 29 agosto, orario apertura: 10.30 – 13.00 e 17.00 – 19.30
Ingresso libero

 

 

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Giulio Camuzzoni, Sindaco Di Verona

 

Dall’associazione Consiglieri Emeriti del Comune di Verona

Giulio Camuzzoni, Sindaco Di Verona, protagonista della modernità.

Atti del convegno:
Ricordo di Giulio Camuzzoni, Sindaco
di Verona e protagonista della modernità
nel bicentenario dalla nascita (1816-2016)
10 ottobre 2016
Dalla Storia all’attualità – Giulio Camuzzoni,
uomo del Risorgimento, Sindaco che anticipa
Verona Italiana Moderna
24 settembre 2011
a cura di Silvano Zavetti

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Migrazioni: evento globale

Da Alfano a Minniti

Confesso che Minniti, che ho avuto modo di conoscere, non mi è mai stato simpatico. Lo vedevo come il vecchio comunista DOC, ideologico, severo, fazioso, avversario impietoso.
È al governo da qualche tempo, lo è stato con i presidenti Amato, Prodi, D’Alema, Letta, Renzi, e ora Gentiloni, sempre con incarichi importanti (Difesa, Presidenza, Interni, Servizi segreti) ed è stato presente pur non apparendo sui media. Devo peraltro riconoscere che, dopo il periodo debole e tristanzuolo, di ministro dell’interno di Angelino Alfano, ora si sente una presenza finora sconosciuta, nonostante la poca rilevanza internazionale di questo governo, il suo “savoir faire” educato e nobile, che diventa però sempre più “saper incassare” i colpi degli alleati, i loro permanenti “non possumus”.
Alfano più che prediche “cardinalizie” non ha fatto, ha teorizzato, influenzando anche Renzi, l’accoglienza senza limiti, ha accettato e voluto l’Italia in prima fila negli sbarchi, per sottolineare il suo “cattolicesimo politico” senza però far funzionare la macchina dello Stato, senza controllare adeguatamente le ONG e il loro lavoro, senza avere una “vision” ampia del problema e della sua drammatica dimensione internazionale e globale. Forse per queste sue capacità è stato fatto Ministro degli affari esteri.
A Minniti é toccato il momento peggiore, e mi pare che l’abbia affrontato bene, non solo per una maggiore mascolinità di comportamento, ma per una visione globale del problema e – pur nel quadro dei limiti internazionali – per una maggiore concretezza e una diversa posizione ideologica. Del resto il problema delle immigrazioni non riguarda solo l’aspetto umanitario, ma alcuni fondamentali problemi del mondo, di cui l’Italia paga il conto proprio su questo fronte.

Un problema mondiale
Pensare alle immigrazioni significa, infatti, valutare l’equilibrio internazionale di potenza e le sedi di guerra ormai estese ovunque oltre che le sedi di miseria organica e indotta, di Paesi dove i nostri alleati inglesi, francesi, olandesi, americani, senza dimenticare spagnoli e portoghesi, hanno storicamente qualche rilevante responsabilità. Significa anche prendere atto dei grandi mutamenti politici intervenuti, come il cambio di presidenza degli Stati Uniti e la sua diversa politica economica e militare, lo stato di una moribonda Europa, incapace di essere presente nel nuovo contesto mondiale per la debolezza della sua classe dirigente e l’incoerenza delle sue politiche, caratterizzate da egoismi nazionali e particolari e da nessuna visione collettiva. Neanche sui grandi temi della globalizzazione economica e delle sue ormai visibili conseguenze in un mondo che non accetta più le sue storiche miserie e vede nelle migrazioni, come sempre nella storia dell’uomo, la conquista di spazi vitali, di sopravvivenza, pacifica o  violenta.
L’equilibrio internazionale è andato modificandosi velocemente, gli USA mantengono una forte supremazia militare, ma ne pagano il prezzo con l’immenso debito pubblico, con la crisi interna, con non pochi problemi sociali. Ciò giustifica l’elezione di Trump e tutto ciò che ne segue e che dimostra che il presidente è anche lo specchio di una rilevante parte del suo Paese, che pesa anche a dispetto dei noti limiti culturali, politici, di esperienza pubblica e quant’altro della Presidenza.
Ciò porta verso importanti conseguenze, l’avvicinamento competitivo ma forte tra Russia e Cina, il grande sviluppo, non senza contraddizioni e problemi, di Cina e India con 1 miliardo e trecento milioni di abitanti a testa. Le conseguenze sul piano commerciale internazionale e le tentazioni “autarchiche” che diventano strumenti di apparente difesa economica e non solo.

Un mondo in guerra
Il disequilibrio internazionale ha portato alle drammatiche conseguenze che vediamo: la guerra civile in Siria diventata conflitto internazionale, le fratture nel mondo arabo e con finanziamenti colossali di tutti quei Paesi, con l’utilizzo strumentale dell’Isis, per gli equilibri e gli scontri interni tra mondo sciita (Iran) e mondo sunnita (Sauditi) con le conseguenze belliche in Siria, Iraq e Afghanistan e Yemen. L’ingovernabilità di Somalia, Libia, Sudan e vicini e le relative guerre civili rappresenta In sostanza la fine ingloriosa delle primavere arabe di cui siamo “debitori” a due geni della politica come Sarkozy e David Cameron, ma anche alla Clinton e Obama, per la sua debolezza. Né va dimenticato il grave problema, per tutta l’Europa e l’area medio orientale, della situazione maturata in Turchia, con Erdogan e le sue ambizioni da capo del vecchio impero musulmano, alla faccia di Ataturk e della sua politica divenuta filo occidentale.
Di tutte queste situazioni, grandi responsabilità le hanno gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e per alcuni versi anche la Germania per la politica europea. Ma li pagheremo noi.
L’avvento di Trump ha evidenziato la grandissima crisi dell’Europa, diventata e non da ieri Unione tecnica e per nulla politica, alterata nella sua fisionomia con l’allargamento a troppi Paesi, mal gestita e senza una sostanza unitaria, né politica, né psicologica, né sufficientemente profonda e di identità culturale. Ognuno per sé, e alcuni per gli altri, a pagare le spese anche della propria debolezza politica.

Povera Europa
L’Europa, come unione politica, sta morendo. Qualcosa si salverà, ma non la sua realtà principale, il suo essere Europa, e il suo sentirsi tale come avviene in Russia, in Cina, negli USA, in India.
La grande forza europea tornerà a essere tedesca, inglese, francese, spagnola, forse anche italiana. Saranno comunque forze limitate, ognuna incapace di reggere il confronto con i grandi Paesi, che sarà economico, finanziario, produttivo, scientifico ma anche militare. Sarà un nuovo Sacro Romano Impero, di pura facciata, senza poteri, senza forza comune, senza comuni obiettivi, facilmente eliminabile, come fece Napoleone nel 1806.

E noi chi siamo?
In un confronto così ampio e complesso cosa rappresenta la nostra Italia? Tornerà, con il solo turismo, a essere pizza e vinello?
È giunto il momento di un comportamento dignitoso, di rispetto di noi stessi e di non subire addirittura lo scherno degli altri. Per questo bisogna evitare le posizioni teoriche, morali, para religiose, ideologiche. Non può essere l’Italia la solitaria sede di un presunto buono ed encomiabile comportamento, facendo ingrassare mafia, camorra e, associazioni varie, tutti diventati benefattori con i soldi dello Stato. Dobbiamo dare seguito alle nostre affermazioni facendo vedere a tutti che non siamo solo il Paese di Pulcinella.
Chi vuole aiutare i migranti e sente questo encomiabile bisogno, lo faccia come Bill Gates, con i propri soldi, e non solo noleggiando navi per qualche miglio di mare e scaricando tutto sulla comunità di un Paese. La situazione va affrontata duramente, non per le motivazioni populiste, salviniane è simili, ma per ragioni ben più gravi, per la statualità del nostro Paese, per il suo ruolo internazionale anche se non fortissimo, per la sua credibilità, per non diventare il servo sciocco dei paesi europei.
A questo punto il Governo deve effettivamente bloccare i porti italiani, non pagare all’Unione Europea i soldi che poi vanno a Ungheria, Polonia, Cechia a e altri ancora, non approvare il bilancio europeo. Il nostro governo deve dimostrare di non essere fatto solo di parole. Forse ci costerà su altri fronti, ma avremo il rispetto, almeno quello dei paesi europei che sentiranno la mancanza della timida Italia. A livello più ampio è giunto il momento di rinegoziare, anche con gli Usa, le nostre presenze militari internazionali, anche quelle in ambito Onu. Non ci perderemo granché. Se nonostante ciò che si sta facendo, siamo considerati meno dei maltesi, tanto vale comportarsi di conseguenza. E bisogna affrontare il problema Africa, con realismo ed anche durezza, senza ignorare dittature e terrorismi, perché la migrazione sta diventando ormai una malattia ad alta diffusione che ci coinvolgerà in pieno. Occorre un piano Marshall, come dice Berlusconi, con interventi massicci di sviluppo ma con mano ferma, per evitare che si pongano ancora i problemi corruttivi, le ricchezze dei potenti africani, quelle degli affaristi sempre in forma di benefattori, con uno sforzo unitario per la classe dirigente, con l’astensione dalla fornitura di armi e tanto altro ancora. È un’impresa quasi impossibile, ma va tentata, sapendo che le difficoltà non saranno solo in Africa.

Europeisti come?
È questo, a mio parere, un modo di essere veri europeisti: costringere, per quanto sta in noi, i sedicenti europei a essere tali, e a non considerare l’Unione, come avviene, un taxi su cui salire quando paga qualcun altro.
Noi siamo europeisti, e per questo dobbiamo batterci, ma per un’Europa vera, non quella delle banche e delle autorizzazioni, della normativa che rende tutto uguale, della burocrazia strapagata, non quella delle manifestazioni piene di belle parole, ma quella pensata dai padri fondatori e mandata al diavolo dai francesi di De Gaulle. Quella che ha garantito settant’anni di pace e di sviluppo. Non ci sentiamo in Europa come il Regno Unito, senza crederci e solo per interesse e magari privilegi e che giustamente ci lascia, e per la cui uscita non dobbiamo piangere. In sostanza vorremmo un’Europa consapevole del proprio essere e del proprio ruolo, che assume le proprie responsabilità, che accetta, a cominciare da noi, le regole utili a tutti, anche quando sono scomode.
Se il governo Gentiloni non saprà fare così, chi dovremmo incolpare del nostro malessere, se non noi stessi, i partiti sempre così volubili salvo che nella ricerca del potere, per se stessi. Ci sono momenti decisivi nella storia di ogni popolo.  Sugli errori fatti e le omissioni colpevoli è inutile lasciare ai posteri l’ardua sentenza.

Sboarina Sindaco, una brutta partenza

C’era una legittima euforia a palazzo Barbieri per l’insediamento del nuovo sindaco Avv. Sboarina, come avviene per tutti del resto. È l’euforia di chi vince una importante partita credendo magari di avere vinto il campionato e dimenticando, come scriveva con saggezza il compianto Mino Martinazzoli, “i limiti della politica”.
Ma è giusto che sia così ed è bene festeggiare la vittoria. Ma senza farsi troppe illusioni sul proprio stesso potere, comprendendo bene il peso di quella fascia tricolore, la responsabilità come leader di un gruppo ed anche di una istituzione. Sono stati simpatici anche gli auguri letti su Facebook che cito a memoria: sei bello, simpatico, buono, preparato, ammogliato, avvocato…, che vogliamo di più? Qualcuno più saggio, ha scritto i suoi auguri legandoli alla speranza: vediamo come ti comporterai.

Undici profughi e 115.000 astenuti.

L’occasione capita il giorno dopo: non era un gran problema ma lo è diventata subito. 11 persone 11, tra donne e bambini vengano, come richiedenti asilo,  alloggiati in apposito luogo predisposto per situazioni che siano di urgenza o particolari, secondo gli accordi fatti dalla Prefettura anche con il Comune di Verona. Su 260.000 abitanti (200000 elettori) non mi pare una cosa travolgente a meno che non si considerino quelli che non hanno votato, dimezzando la popolazione !  Ma ne restano sempre 130000, e in poche ore quei poveracci si sono ridotti, pare a otto. Questi cittadini non elettori possono essere calcolati in meno: hanno infatti legittimamente rinunciato ai propri diritti di cittadinanza se non giuridicamente certo politicamente, non si sono sentiti veronesi, nonostante gli inviti del Vescovo alla veronesità.

Ma il Sindaco è debole?

Ma devo dire che le dichiarazioni del Sindaco hanno espresso un senso di debolezza, diffuso la sensazione che ancora si scambi l’autorità con l’autorevolezza,  come se, per avere quest’ultima basti gridare, minacciare, esprimere l’arroganza del potere di fare spettacolo. Ma non era sufficiente una sua autorevole telefonata al Prefetto, che mi pare sia  persona forse un po’ ruvida ma seria e competente, e dirgli a voce, in modo fermo e pacato, le proprie opinioni ?
O il Sindaco non era consapevole del ruolo assegnatogli o pensava di essere ancora in campagna elettorale: o, peggio, riteneva che la presunta non informazione al Comune più che un personale probabile errore di qualche funzionario fosse un atto di “lesa maestà” verso il neo eletto.

O forte se si incatena?

La cosa più comica, ma anche preoccupante di tutta la vicenda è stata la minaccia del Sindaco di incatenarsi davanti alla prefettura. Che io ricordi c’è un precedente di auto incatenamento a Verona ma era solo un consigliere comunale, mi pare allora di rifondazione comunista o dei Verdi , credo nei riguardi del Sindaco. Ma Verona non si emozionò granché, non era uno spettacolo interessante ma un po’ fasullo.  Ma ora è addirittura il Sindaco, magari con la Giunta, che vuole incatenarsi.
Francamente ci chiediamo se ci sia qualche veronese, anche di scarsa memoria, che abbia mai neppure immaginato di vedere persone come Aldo Fedeli, Giovanni Uberti, Giorgio Zanotto, Renato Gozzi, Carlo Delaini, Gabriele Sboarina , Aldo Sala, Enzo Erminero  per arrivare a Michela  Sironi o a Paolo  Zanotto, senza parlare dello stesso Tosi non estraneo a posizioni eclatanti ed eccentriche, incatenate per dissensi politico istituzionali . Sono i Sindaci della Verona dal dopoguerra ad oggi, artefici, chi molto chi meno, del suo sviluppo e del suo benessere, e non li immaginiamo a dichiarare di volersi incatenare davanti alla prefettura, o in nessun altro luogo. Piuttosto ad utilizzare il loro ruolo autorevolmente, senza creare maggiori problemi per affermare la propria autorità.
Capisco il degrado dei costumi, capisco i commenti della signora Olga,  rappresentante ormai storica della veronesità popolare, grazie alla bella penna di Silvino Gonzato, ma non avrei mai immaginato un errore più grande da parte di un Sindaco di Verona.
L’errore politico di un sindaco che esprime una maggioranza di partiti che fanno politica ormai da decenni, con la classe dirigente e le esperienze di cui dispongono, con passati di responsabilità e di potere. Ma non c’è politica se non ci sono politici. I nostri vecchi ci insegnavano che “quando non ci occupiamo di politica sarà poi la politica ad occuparsi di noi”. E non è una bella ipotesi.

Auguri ai veronesi votanti

Ci auguriamo quindi, nonostante qualche preoccupazione, che il neo Sindaco abbia fatto un errore per quel che ha dichiarato e lo consideri tale lui stesso. Certo questa dichiarazione, demagogica quanto inutile, ha certo acceso l’attenzione di qualche persona sensibile agli spifferi sulla nostra povera democrazia, che possono poi diventare vento e anche temporali. Il ruolo del sindaco è importante non solo per le opere pubbliche e le licenze edilizie, le politiche urbanistiche e gli investimenti, ma ancor più per la rappresentanza della identità dei cittadini, per il suo modo di essere e anche quello di non essere, la sua volontà  di ascolto e di verifica, la sua capacità personale di valutazione e di decisione. In sostanza la sua seria rappresentanza istituzionale della polis, della città.
Verona, certo non da sola, parte svantaggiata perché troppa parte della popolazione non ha votato. Bisogna quindi che la dirigenza eletta si senta doppiamente responsabile, ricordando sempre la bella citazione di Jean Nathan “i peggiori rappresentanti sono eletti dai bravi cittadini che non votano” e aggiungo, che poi hanno il coraggio di protestare, dimenticando il messaggio di Charles Peguy, il grande scrittore socialista e cattolico che scriveva “il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine che lascia sono eterne”. Soprattutto nella testa della gente.

Da Tocqueville a mons. Zenti

Ho letto la nota, anche ufficialmente diffusa, del Vescovo di Verona monsignor Zenti, emessa in vista del ballottaggio per l’elezione del futuro sindaco di Verona. L’ho letta con il dovuto rispetto, ben sapendo della piena legittimità di esporla, non tanto e non soltanto come cittadino, come il Vescovo dichiara di parlare, ma come importante autorità religiosa. Anche se come cittadino qualsiasi, non posso ignorarlo, a me i giornali non avrebbero dato nemmeno due righe.
Vengo da un’educazione cattolica, politicamente formato nella dottrina sociale della Chiesa, ho militato molto nel file della Democrazie Cristiana, che si definiva un partito non cattolico ma di cattolici, che è altra cosa.
Ho riflettuto con animo aperto sui contenuti del messaggio vescovile, e sull’invito a non seguire i partiti politici e i loro vertici, e fare scelte “in piena libertà… con senso di responsabilità e di crudo realismo, senza diktat da capi partito estranei alla cultura e alla sensibilità di Verona e senza l’ombra cupa di poltrone da occupare e di clientele da salvare, in vista dei cui obiettivi elaborare alchimie innaturali.”
Data l’autorevolezza del cittadino, queste dichiarazioni mi sono apparse gravi, fanno pensare che a Verona si stia attentando alla libertà di voto e che quindi bisogna trovare, non si sa dove, la “piena libertà”.
Ma, forse i veronesi (in realtà non mi pare sia così), sono ritenuti carenti di senso di responsabilità che va quindi ricercato. Quale “crudo realismo” bisogna esercitare tra due soli candidati che cercano consensi in due formazioni di simile area politica, entrambi incensurati come è previsto per i pubblici incarichi. Ritengo che siano due persone per bene, ognuna con i suoi sostenitori, che esprimono legittimi orientamenti, accettabili o meno, con il voto, dai cittadini.
Se si vuole invece indurre l’elettorato verso una scelta, bisogna indicare motivi o ragioni precise, elementi di profonda differenza, aspetti programmatici pericolosi o ritenuti tali per la cittadinanza. Altrimenti sono discorsi inutili, più opachi di quelli, spesso deprecabili ma non sempre, dei partiti politici e dei loro leader, tanto deprecati nel messaggio pubblicato, come autori di diktat e quindi dittatori.
Il pur bravo giornalista fa passare la generica natura apparentemente non chiara del messaggio come parte della tradizionale prudenza ecclesiastica, insita nel detto “si dice il peccato ma non il peccatore”. Ma in un ballottaggio se ci sono i peccati e bisogna scegliere, uno dei due non può che essere il peccatore. Forse, nella congerie di elezioni e di ballottaggi, si pensava alla Clinton e a Trump, dimenticando di essere nella bella, piccola Verona.
Ci pare di ricordare che in elezioni di un recente passato, il Vescovo Zenti sia stato più esplicito, sostenendo in modo deciso addirittura un singolo candidato, e scatenando una non piccola polemica.
Del resto queste valutazioni non riguardano solo Verona, ma più in generale l’esercizio corretto della democrazia.
Non capiamo poi il provincialismo dell’affermazione che i veronesi devono saper bastare a se stessi e devono rifiutare diktat dei biechi partiti. Non ci è stato detto dagli stessi protagonisti veronesi e testimoniato in campagna elettorale che i candidati sono stati espressi nell’accordo dei partiti locali? Sboarina è stato indicato da Lega nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia e altri, la Salemi dal Partito Democratico di Verona, la Bisinella da “Fare” che più veronese non potrebbe essere. Del resto la scissione dell’on. Giorgetti, nonostante la precedente e intempestiva indicazione di Berlusconi, esprime un rifiuto di aderire a quel “diktat”, per favorire un più ampio accordo locale. La strumentalizzazione del messaggio vescovile è palese nella nota dell’agenzia veronese. “L’officina”, della destra ex AN che fa capo al sen. Danieli, che interpreta il messaggio come sostegno appunto al candidato di destra, ovviamente nella sua ottica.
Se si vuole fare una polemica sui partiti e, i loro difetti, allora vediamoli in tutti i loro vertici, nazionali, provinciali e locali e si propongano modelli nuovi di democrazia senza partiti, come fecero Adriano Olivetti e Simone Weil, purtroppo senza molto successo, nonostante la loro alta levatura intellettuale e morale. Se ne deduce quindi che questo intervento o è pleonastico e inutile o carente di palesi obiettivi.
Anche il richiamo alla “veronesità ” è fortemente limitativo per la città e quello che rappresenta nella realtà italiana. Mi chiedo se le varie città  italiane avrebbero dovuto ignorare il grande messaggio sulle autonomie comunali e il ruolo politico dei cattolici di Don Sturzo perché veniva dalla sicula, piccola Caltagirone o quello di De Gasperi, che veniva da una allora povera valle del Trentino, o, in altra area politica, si doveva guardare con sufficienza il povero Antonio Gramsci, che veniva da un piccolo paese della Sardegna, che fu mandato al confino, provenendo dai grandi scioperi torinesi. O piuttosto per la sua “pericolosità” culturale e politica, temuta dal fascismo.
La politica come tutte le scienze umane è una cosa seria, meno teorica certo della filosofia e della teologia, ma più vissuta nelle sue conseguenze dai cittadini e, forse anche per questo, spesso sottovalutata, considerata alla portata di tutti, discutibile al bar, soprattutto nelle quotidiane valutazioni di breve periodo.
Ci sono invece in essa principi fondamentali, frutto dello studio sull’uomo e i suoi comportamenti, studi intramontabili, da Machiavelli a Hobbes, da Rousseau a Kant, Hegel e Marx e l‘anziano ma ancor lucidissimo Kissinger. Sono valori che rimangono nel tempo, nonostante il fluttuare degli eventi storici. Certo, in politica bisogna anche studiare, prepararsi, non dimenticando che una buona politica viene anche da una buona cultura, non solo dalla passione.
Perciò, riflettendo sulla nota vescovile, torna alla mente un’affermazione del grande studioso della democrazia, Alexis de Tocqueville “alleandosi ad un potere politico, la religione aumenta il suo potere su alcuni uomini, ma perde la speranza di regnare su tutti”.
Certo una delle ragioni della ritrovata forza della Chiesa di Papa Francesco, è che dimentica la Chiesa politicamente militante di Pio IX e Pio XII, quella che interveniva con il “non espedit” sui cattolici contro il potere dello Stato unitario o volendo influire sulle alleanze nelle elezioni amministrative di Roma nel 1952. De Gasperi, anche pagando di persona, seppe dire di no, pur riaffermando la propria fede e i valori cristiani, per sostenere la laicità dello Stato e delle scelte politiche.
Su queste posizioni, religiose e sociali, vi furono tanti preti lungimiranti e coraggiosi, contrastati in vita e celebrati poi, come don Mazzolari e don Milani che hanno da pochi giorni ricevuto la visita del Papa, nelle parrocchie dove operarono.
Conosciamo i limiti del sistema politico democratico, le sue debolezze verso la demagogia spesso sostenuta da grandi interessi economici e non solo, gli errori anche nelle scelte popolari, la necessità di corretta informazione, di responsabile attenzione. Come però disse Churchill, “non conosco altri sistemi migliori” e la libertà, che particolarmente esprime, rende il popolo sovrano e quindi responsabile delle proprie scelte, anche quelle che poi si rivelano sbagliate. Sappiamo che il popolo darà comunque la colpa ai dirigenti, ai capi, ad altri, ma sappiamo anche che ciò fa parte dell’umana commedia.

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Per dibattere ma ancor più per governare

Come i più esperti temevano in Parlamento la proposta di legge elettorale, indispensabile per andare al voto, cosa che tutti dicevano e dicono di volere, ha visto il trionfo dei franchi tiratori, categoria politica che ha caratterizzato la nostra pseudo democrazia, diventata mercato dei pavidi, di coloro che sanno solo dire di  no senza il coraggio di firmare le proprie opinioni, di assumere il rischio e avere l’orgoglio delle proprie idee.
Certo è una legge difficile perché ognuno la vuole a modo suo, ai propri fini partitici, per conservare o conquistare il proprio pezzo di potere, non pochi solo per sopravvivere. Altrimenti la lotta ad oltranza, si fa con il voto segreto e le relative falsità.
Ricordiamo bene come, nella campagna per il referendum costituzionale, tutti i partiti e i movimenti e i comitati vari che sostenevano il no, assicuravano – se avessero vinto – un loro accordo per una veloce riforma, migliore di quella sottoposta al giudizio popolare ed anche una legge elettorale che avrebbe dovuto essere partecipativa, proporzionale, che desse presenze in parlamento alle voci del Paese e che garantisse la governabilità e la stabilità.
Ora, dopo la vittoria del no, di una riforma costituzionale è meglio non parlare neppure e per molto tempo. La legge elettorale, ora, la si vorrebbe idonea alle voci più deboli, quelle con pochi e pochissimi voti, facile da superare con aggregazioni elettorali di breve periodo. Al PD e ai Grillini, essendo più forti, andava bene un maggioritario, anche se questi ultimi non lo dicevano, per solidarietà con il comune voto per il no referendario.
I partiti minori, data la loro frammentazione, più personalista che politica, vogliono un sistema simile a quello che abbiamo avuto dal 1946 fino al 1994 quando nacque il “Mattarellum”, ultima decisione importante della prima repubblica, che cambiava il sistema, toglieva le preferenze giudicate da tutti negativamente, creava i più piccoli collegi con candidati conosciuti e conoscibili dagli elettori e quindi più vicini ai cittadini. Restava una parte di proporzionale del 25%, ma il sistema era stato certamente cambiato e consentì i governi non brevi e alternativi di Berlusconi e di Prodi. Che però fu poi cambiato da Berlusconi e Calderoli, nel “Porcellum” nome un po’ offensivo, ma per i poveri maiali.
Il sistema elettorale è importantissimo, è il meccanismo fondamentale, nel quadro costituzionale, per stabilire le caratteristiche del sistema politico, la capacità di governo, l’essere meno o più vicini a una democrazia viva ed efficiente, almeno nell’essenziale.
Le leggi elettorali, devono essere in grado di rappresentare le società che le esprimono, e – come le costituzioni – sono il frutto, la volontà, l’espressione delle precedenti esperienze storiche delle lezioni avute, dei danni subiti.
Il passaggio tra imperi e monarchie assolute e le democrazie è abbastanza recente, in Europa si è consolidato lentamente dal 1700 in poi, ma il voto popolare, il suffragio universale è ben più recente. Basti ricordare che, in Italia, il diritto al voto, dopo il 1861 con l’unità del Paese, era riservato solo a circa il 2% della popolazione, e neanche tutti votavano. Con la sinistra storica (1876, governo De Petris) passò al 7% e solo nel 1912 il governo Giolitti fece la legge che lo avvicinava abbastanza al suffragio universale maschile che, fu raggiunto nel 1918 subito dopo la guerra.
Solo dopo la seconda guerra mondiale (1946), trent’anni dopo, fu esteso anche alle donne e divenne veramente universale.
Dopo la prima guerra mondiale, con la fine del periodo liberale dei notabili, oligarchico pur se di qualità, travagliato da una drammatica situazione sociale e politica, nel 1922, la marcia su Roma determinò la fine del governo Facta per la pavida scelta del Re che faceva nascere il ventennio fascista.
Prima delle elezioni del 1924, Mussolini fece passare la legge elettorale Acerbo (1923) che dava di fatto al Partito nazionale fascista uno spropositato premio di maggioranza relativa. Va però ricordato che alle elezioni, contestate da Matteotti e dagli Aventiniani, il popolo italiano diede ai fascisti comunque il 64,9 % dei voti. Negli anni seguenti del regime, tutto il potere passò al Gran Consiglio del Fascismo (1928) che divenne organo istituzionale e avrebbe potuto addirittura nominare i 400 membri del Parlamento, trasformato in Camera dei fasci e delle Corporazioni, con il sistema dell’approvazione per plebiscito popolare, in blocco, con risultati che oggi definiremmo bulgari, ma erano assolutamente italiani.
In Germania, dopo il nazismo, le modifiche normative volute da Hitler, pur senza cambiare formalmente la Costituzione, furono accettate, nella moribonda Repubblica di Weimar, dal vecchissimo Presidente Hindenburg, e le elezioni sparirono dal quadro politico del Paese. Anche qui però, alle prime del 1934, il popolo tedesco voto abbondantemente per il nazional socialismo Hitleriano. Ciò a fronte degli altri partiti, particolarmente della sinistra, come sempre divisi, incapaci di unità anche nelle fasi politicamente più delicate e drammatiche, che avrebbero potuto evitare quella scelta.
La democrazia riprese vita nel 1949, con la Costituzione proposta e sostenuta dal governo Adenauer.
Nei vari paesi d’Europa, con la grande invasione tedesca e la fine dei governi nazionali, la democrazia si ricostruì dopo la guerra, anche se con la divisione dell’Europa (e del mondo) a seguito degli accordi di Yalta. Le elezioni divennero una farsa nei paesi dell’area comunista e furono invece fortemente vive e combattute nell’Europa occidentale, pur con i limiti del contesto politico internazionale e della guerra fredda, ed espressero le volontà dei popoli. Praticamente democrazie vere ci furono solo in Europa e Nord America, in Giappone e India, perché altrove prevalsero i “governi forti”, in generale militari, dopo la decolonizzazione, in Africa, in medio è lontano Oriente, e anche in America Latina e fino agli anni 90 nelle dittature del proletariato in Urss, Cina e Paesi in vario modo connessi.
Vita difficile per la democrazia nel mondo, ma faticosa anche dove era viva, con le grandi lotte determinate dalla diversa situazione ideologica, economica, politica e militare, tra sistemi comunisti e quelli “liberali”, tra economie di mercato e socialismo economico.
Chi ebbe, a parità di principi e impostazioni costituzionali, sistemi elettorali più proporzionali, in Europa, più apparentemente democratici, soffrì di maggiore instabilità di governo, di crisi parlamentari, di grandi difficoltà e lotte nelle decisioni importanti’ quasi impossibili da prendere.
A parte il Regno Unito di solida tradizione democratica e maggioritaria, la stessa Francia visse la drammatica fine della quarta repubblica, dopo il periodo del sistema proporzionale e della totale instabilità parlamentare e governativa fino al pericolo imminente del colpo di stato militare del generale Massù e altri. Il gen. De Gaulle, richiamato a salvare la situazione (1958) ormai ingovernabile, fece la riforma costituzionale, approvata con referendum popolare e la legge elettorale con il sistema maggioritario. Così la Francia poté godere di stabilità e governabilità, con la quinta repubblica ancora in vita.
La proporzionale garantisce una voce a tutti ma assicura anche la difficile e spesso impossibile governabilità, il mercato tra i partitini che favorisce, gli ostruzionismi parlamentari, le colpe del conseguente mal governo di alleati spesso più che di avversari. Se poi ci sono le liste con le preferenze, si garantiscono anche feroci lotte interne e ulteriori frazionamenti e trasformismi.
Il nostro Paese ha bisogno di stabilità di governo, di maggioranze parlamentari solide, di parlamentari fedeli al proprio elettorato e non pronti a scappare dove conviene, di una struttura politica capace di imporsi per autorevolezza, stabilità e durata, senza continui ricatti e operazioni di potere.
Ecco perché è difficile avere una buona legge elettorale.
Nel nostro caso, ora, alle formazioni più grandi (Cinque stelle e PD), in grado di avere i numeri per governare (come non si sa!) Andrebbe bene un maggioritario, mentre la miriade delle più piccole vuole avere una parte di potere in parlamento e quindi esserci. E pretende un proporzionale che consenta la presenza anche al due 2 o 3%. Viene considerato eccessivo pure il 5%,presente un po’ ovunque come minimo.
Non ci sarà comunque una legge pensata e approvata nell’interesse generale del Paese e del suo buon governo. Ci sarà solo il frutto dei compromessi, delle trattative, del mercato in cui si cerca il proprio interesse politico, spesso la propria sopravvivenza, anche individuale.
L’opzione per il sistema tedesco recentemente avanzata e con importanti consensi, rivelatisi in aula assai effimeri per il voto dei franchi tiratori è sintomatica: quasi sicuramente non passerà, anche se l’esperienza tedesca non è stata negativa, il sistema ha funzionato, più volte con governi di coalizione tra i due principali partiti pur avversari, i democristiani e i socialisti. Ma ogni sistema risente delle caratteristiche, qualità e difetti, degli elettori e della loro classe dirigente. Lo si vede dai risultati generali, economici, di benessere, di piena e decorosa occupazione, di legislazione sociale e sindacale e quant’altro.
Senza sottovalutarci troppo non va dimenticato però che in Germania a votare ci vanno i tedeschi.

Il 2 di giugno

Tutte le feste nazionali, istituzionali, celebrative, grondano di trionfalismo, di compiacimento, di auto glorificazione. Ciò avviene ovunque, perché la memoria collettiva celebra solo le vittorie dovendo e volendo dimenticare le sconfitte, le ritirate, e i periodi negativi. La storia, si sa, la scrivono i vincitori e non si cerca mai la versione dei perdenti che sono sempre pochissimi. È il fascino del carro dei vincitori, dove troppi vogliono salire. Ed è la ragione per cui si dice che la storia migliore è quella lontana nel tempo, con meno passioni, faziosità, partecipazione diretta. Al tempo stesso però si perdono tanti elementi documenti, sopratutto testimonianze utili per un corretto racconto. Il 2 giugno è la festa della Repubblica, la memoria della data del referendum del 1946 che proclamò la fine della pur giovane monarchia italiana, nata con l’unità del 1861 ma erede del regno di Piemonte e Sardegna che si era battuto nel Risorgimento.
L’Italia visse la fine del fascismo nel 1943 e fu divisa  in due: al Sud continuò il regno, a Brindisi nacque il governo Badoglio, che firmò l’armistizio e la resa con l’esercito alleato, al Nord Mussolini, su pressione o imposizione Hitleriana, costituì la Repubblica Sociale Italiana di Salò, che arrivava, grazie alle truppe tedesche, fino alla linea Gustav, dal nord della Campania ad Ortona e all’Adriatico e a sud di Cassino difesa ad oltranza dai tedeschi.
Tale divisione fu alla base della guerra civile (che molti non vogliono chiamare così) ed entrò a far parte della guerra mondiale in corso tra gli alleati e l’asse Germania, Italia e Giappone (1940). Quella divisione tra fascisti e antifascisti, tedeschi e americani, partigiani e brigate nere, sta alla base di tutte le divisioni che agitarono la vita del nostro paese, cristallizzandosi, dopo il 1947, nel duro confronto tra comunisti e anticomunisti, nel quadro della guerra fredda tra Stati Uniti e unione Sovietica, nella divisione del mondo dopo il trattato di Yalta.
Il 2 giugno del 1946, al referendum tra monarchia e repubblica, l’Italia era però anche diversamente divisa: il Nord che aveva vissuto fortemente la resistenza armata e l’antifascismo militante era prevalentemente repubblicana, il Sud monarchico. E si divisero dunque anche i voti: per la monarchia furono 10.719.284, per la Repubblica quasi due milioni di più. La monarchia, sabauda pagava il conto maturato con gli italiani per la debolezza prima ed il sostegno poi al fascismo, anche nelle sue scelte più dure, come la fine della democrazia e delle libertà in Italia, l’alleanza con Hitler, le leggi razziali ed antiebraiche, e la guerra perduta.
Al triste regno di Vittorio Emanuele III era succeduto, solo un mese prima, Umberto II, appunto definito “il re di maggio”. Egli, come del resto anche il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, temeva lo scontro violento, anche armato, già annunciato dei fatti gravi in alcune città, tra monarchici e repubblicani e va riconosciuto che, prima ancora della convalida dei risultati da parte della Corte di Cassazione, prese atto dei pur contestati risultati e lasciò l’Italia con il volontario esilio a Cascais in Portogallo. Per evitare un altro scontro tra italiani. Fu un gesto di alta responsabilità e di amor patrio che gli va riconosciuto. Egli pagò lui gli errori, i limiti politici, le inadeguatezze di suo padre, capace di arrestare Mussolini solo dopo il voto del Gran Consiglio del fascismo e la rivolta dei fascisti stessi di fronte al dramma della guerra ormai di fatto persa, dello sbarco degli alleati in Sicilia, della politica di Hitler e del dramma di un’Italia di fatto occupata dai tedeschi. La Repubblica era però già nel cuore degli italiani, ad essa s’ispiravano gli intelletti vivi, gli intellettuali ed i giovani seguaci di Mazzini ed anche Giuseppe Garibaldi, che fece l’unità d’Italia con il sostegno di Cavour ed accettò la monarchia, per realismo politico, per generoso disinteresse personale, per amore per l’Italia unita, come dimostrò, a Teano.
L’evoluzione storica e politica, la guerra e le sue conseguenze, il comportamento del re Savoia, avevano alimentato l’idea del cambiamento radicale, Era l’idea di una’Italia repubblicana Pur in un’Europa ancora tutta monarchica A parte la Spagna e il Portogallo con le eterne dittature di Franco e Salazar, l’Europa era quasi tutta monarchica, con la Gran  Bretagna, il Belgio, l’Olanda, e la Danimarca e la Svezia. Ma i loro sovrani si erano battuti contro il nazismo ed il popolo si riconosceva in loro. La Germania, dopo la guerra 15 – 18 si era trasformata nella Repubblica di Weimar, finita nel disastro economico, negli immensi danni di guerra imposti da Francia e Inghilterra nel trattato di pace, nell’immensa inflazione, nella terribile morsa del debito  dello Stato. Fu così che, con lo stesso voto dei tedeschi, cadde nelle mani dei nazional socialisti di Hitler. Divenne Repubblica federale solo nel 1949 con la costituzione ancora oggi in vigore e approvata con il governo di Adenauer.
In tutta l’Europa, dopo la guerra e in conseguenza di essa, prevalse la democrazia, monarchica e repubblicana. In Italia nel 1946 ci fu un vero suffragio universale e le donne, dopo la loro presenza forte, coraggiosa e preziosa nell’economia e nella politica del Paese, conquistarono il diritto di voto. Nacque con la scelta repubblicana la nuova Costituzione, frutto di un nobile compromesso tra forze diverse ed anche avversarie. Furono anni eroici e difficili, quando si poté esprimere, da tutte le parti politiche, una classe dirigente degna del rispetto e della gratitudine del Paese.
Il 2 giugno è stato dunque uno spartiacque che è importante non solo ricordare con le celebrazioni ma soprattutto conoscere e comprendere.
Ci chiediamo quanti genitori, magari “colti e laureati” abbiano ancora presente quella storia e ne parlino ai propri figli o ai nipoti, quanti professori ne parlino a scuola, quanti dei nuovi politici la conoscono in modo adeguato al proprio ruolo. In questa situazione purtroppo le manifestazioni diventano spettacoli senza una trama, bandiere i simboli senza una storia, date per i ponti vacanzieri. Anche senza referendum il Paese se ne va in esilio, abbandona la sua identità, diventa un antico villaggio troglodita che, come sappiamo, è il villaggio degli uomini delle caverne.

Bazzecole – San Grillo

Con la decadenza della formazione di classe dirigente, della serietà, di un minimo di cultura, di esperienza amministrativa, la sola risorsa della politica rimane la fantasia. Con essa si realizzano anche miracolose conversioni, come quella di Grillo in marcia ad Assisi, dove ha dichiarato che i francescani, quelli veri, sono oggi i grillini. In effetti, dei tre voti francescani loro si sentono partecipi: con la povertà, perché si professano politici poveri, anche se prendono rilevanti rimborsi dallo Stato, con l’ubbidienza perché sono veri sudditi del capo-garante, subordinati in tutto, fors’anche nella castità, derogabile solo con autorizzazione del capo, a volta a volta, come avviene anche per le loro dichiarazioni pubbliche e opinioni esternate.
Si tratta di una vera e propria conversione di massa, anche se molti pensano che, con il richiamo ai voti religiosi francescani, si cercano in realtà i voti  politici dei cattolici e le simpatie del loro clero. Sempre voti sono, e costano meno.
Neppure nella Democrazia Cristiana vi erano posizioni così esagerate, ma c’era l’insegnamento di De Gasperi che, nella richiesta alleanza con i post fascisti a Roma, seppe dire di no, niente meno che a Papa Pio XII.
I grillini si auto definiscono super moderni, tecnologici, fautori della “democrazia diretta” e computer dipendenti, amici dei poveri e dei disoccupati. Forse anche per autotutela visto che molti di loro, se non tornano in Parlamento, non hanno alcun mestiere.
Nonostante quella sedicente modernità, tornano a politiche un tempo fortemente criticate, ma allora almeno genuine e palesi. Si esprimono dunque in forme di neo clericalismo come anche di neo cesarismo politico, con i due consoli, come i tempi della Roma repubblicana, che però venivano eletti ogni anno, non a vita, come Grillo e Casaleggio .
Organizzano anche processioni ad Assisi affinché la gente abbia fede. Non in San Francesco, ma in San Grillo e nel suo miracolo del reddito di cittadinanza, cristianamente finanziato con la moltiplicazione dei pani e dei pesci.

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Bazzecole – Finte leggi

Il parlamento sta approvando la legge che modifica e precisa i termini della legittima difesa, essendo essa già presente ovviamente nel codice penale ma con eccessiva libertà interpretativa giudiziale. Giustamente la rende più efficace nei casi di violazione di domicilio e di condizioni di logico timore e di difesa della famiglia e dei propri beni.
La regione Veneto ha però voluto far vedere a tutti che esiste ed è più veloce dello Stato ed ha approvato una finta legge, sapendola tale, nell’identica materia, in cui non è certo competente. La stampa locale l’ha definita “simbolica” perché non ha osato definirla con il suo vero aggettivo “pubblicitaria”. Anche in vista di un altro evento, il referendum, sull’autonomia (mistificazione di un assurdo separatismo), pubblicitario anch’esso ma definito consultivo. Sarà una consultazione che costerà ai contribuenti circa 40 milioni di euro che, per capirci meglio, nelle vecchie lire, sarebbero quasi ottanta miliardi.  Qualcuno direbbe che sono i costi di una maggiore democrazia, invece sono fatti per non violare ma eludere la norma costituzionale.
La politica del resto non è più una cosa seria ma solo spettacolo e pubblicità, caccia ai voti, quelli più disattenti, disinformati, meno consapevoli.
La Lega sembra gareggiare con i Grillini con gli stessi metodi, dimenticando di avere avuto il potere nel Governo della Repubblica per anni, loro solo nei comuni anche importanti come Roma, Torino e altri.
La trovata del Veneto non è male: fare leggi finte, per catturare voti veri. Sembra studiata da una grande agenzia pubblicitaria e a caro prezzo. Sappiamo tutti che le regioni non costano molto, sono risparmiose. E così la pubblicità politica la fanno fare all’Assemblea regionale che si riunisce e autorevolmente discute, non però dei problemi veri dei propri territori, non degli enti locali ma – ci viene il dubbio – dei clienti locali.
Quanto costa ai cittadini questa pubblicità con tutti questi attori, alcuni protagonisti e altri semplici partecipanti. Così credono di fare contenta la gente, di diventare popolari. E forse hanno ragione.
Infatti, ci si accorge di avere comprato merce scaduta solo dopo essere usciti dal mercato.

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