Da Tocqueville a mons. Zenti

Ho letto la nota, anche ufficialmente diffusa, del Vescovo di Verona monsignor Zenti, emessa in vista del ballottaggio per l’elezione del futuro sindaco di Verona. L’ho letta con il dovuto rispetto, ben sapendo della piena legittimità di esporla, non tanto e non soltanto come cittadino, come il Vescovo dichiara di parlare, ma come importante autorità religiosa. Anche se come cittadino qualsiasi, non posso ignorarlo, a me i giornali non avrebbero dato nemmeno due righe.
Vengo da un’educazione cattolica, politicamente formato nella dottrina sociale della Chiesa, ho militato molto nel file della Democrazie Cristiana, che si definiva un partito non cattolico ma di cattolici, che è altra cosa.
Ho riflettuto con animo aperto sui contenuti del messaggio vescovile, e sull’invito a non seguire i partiti politici e i loro vertici, e fare scelte “in piena libertà… con senso di responsabilità e di crudo realismo, senza diktat da capi partito estranei alla cultura e alla sensibilità di Verona e senza l’ombra cupa di poltrone da occupare e di clientele da salvare, in vista dei cui obiettivi elaborare alchimie innaturali.”
Data l’autorevolezza del cittadino, queste dichiarazioni mi sono apparse gravi, fanno pensare che a Verona si stia attentando alla libertà di voto e che quindi bisogna trovare, non si sa dove, la “piena libertà”.
Ma, forse i veronesi (in realtà non mi pare sia così), sono ritenuti carenti di senso di responsabilità che va quindi ricercato. Quale “crudo realismo” bisogna esercitare tra due soli candidati che cercano consensi in due formazioni di simile area politica, entrambi incensurati come è previsto per i pubblici incarichi. Ritengo che siano due persone per bene, ognuna con i suoi sostenitori, che esprimono legittimi orientamenti, accettabili o meno, con il voto, dai cittadini.
Se si vuole invece indurre l’elettorato verso una scelta, bisogna indicare motivi o ragioni precise, elementi di profonda differenza, aspetti programmatici pericolosi o ritenuti tali per la cittadinanza. Altrimenti sono discorsi inutili, più opachi di quelli, spesso deprecabili ma non sempre, dei partiti politici e dei loro leader, tanto deprecati nel messaggio pubblicato, come autori di diktat e quindi dittatori.
Il pur bravo giornalista fa passare la generica natura apparentemente non chiara del messaggio come parte della tradizionale prudenza ecclesiastica, insita nel detto “si dice il peccato ma non il peccatore”. Ma in un ballottaggio se ci sono i peccati e bisogna scegliere, uno dei due non può che essere il peccatore. Forse, nella congerie di elezioni e di ballottaggi, si pensava alla Clinton e a Trump, dimenticando di essere nella bella, piccola Verona.
Ci pare di ricordare che in elezioni di un recente passato, il Vescovo Zenti sia stato più esplicito, sostenendo in modo deciso addirittura un singolo candidato, e scatenando una non piccola polemica.
Del resto queste valutazioni non riguardano solo Verona, ma più in generale l’esercizio corretto della democrazia.
Non capiamo poi il provincialismo dell’affermazione che i veronesi devono saper bastare a se stessi e devono rifiutare diktat dei biechi partiti. Non ci è stato detto dagli stessi protagonisti veronesi e testimoniato in campagna elettorale che i candidati sono stati espressi nell’accordo dei partiti locali? Sboarina è stato indicato da Lega nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia e altri, la Salemi dal Partito Democratico di Verona, la Bisinella da “Fare” che più veronese non potrebbe essere. Del resto la scissione dell’on. Giorgetti, nonostante la precedente e intempestiva indicazione di Berlusconi, esprime un rifiuto di aderire a quel “diktat”, per favorire un più ampio accordo locale. La strumentalizzazione del messaggio vescovile è palese nella nota dell’agenzia veronese. “L’officina”, della destra ex AN che fa capo al sen. Danieli, che interpreta il messaggio come sostegno appunto al candidato di destra, ovviamente nella sua ottica.
Se si vuole fare una polemica sui partiti e, i loro difetti, allora vediamoli in tutti i loro vertici, nazionali, provinciali e locali e si propongano modelli nuovi di democrazia senza partiti, come fecero Adriano Olivetti e Simone Weil, purtroppo senza molto successo, nonostante la loro alta levatura intellettuale e morale. Se ne deduce quindi che questo intervento o è pleonastico e inutile o carente di palesi obiettivi.
Anche il richiamo alla “veronesità ” è fortemente limitativo per la città e quello che rappresenta nella realtà italiana. Mi chiedo se le varie città  italiane avrebbero dovuto ignorare il grande messaggio sulle autonomie comunali e il ruolo politico dei cattolici di Don Sturzo perché veniva dalla sicula, piccola Caltagirone o quello di De Gasperi, che veniva da una allora povera valle del Trentino, o, in altra area politica, si doveva guardare con sufficienza il povero Antonio Gramsci, che veniva da un piccolo paese della Sardegna, che fu mandato al confino, provenendo dai grandi scioperi torinesi. O piuttosto per la sua “pericolosità” culturale e politica, temuta dal fascismo.
La politica come tutte le scienze umane è una cosa seria, meno teorica certo della filosofia e della teologia, ma più vissuta nelle sue conseguenze dai cittadini e, forse anche per questo, spesso sottovalutata, considerata alla portata di tutti, discutibile al bar, soprattutto nelle quotidiane valutazioni di breve periodo.
Ci sono invece in essa principi fondamentali, frutto dello studio sull’uomo e i suoi comportamenti, studi intramontabili, da Machiavelli a Hobbes, da Rousseau a Kant, Hegel e Marx e l‘anziano ma ancor lucidissimo Kissinger. Sono valori che rimangono nel tempo, nonostante il fluttuare degli eventi storici. Certo, in politica bisogna anche studiare, prepararsi, non dimenticando che una buona politica viene anche da una buona cultura, non solo dalla passione.
Perciò, riflettendo sulla nota vescovile, torna alla mente un’affermazione del grande studioso della democrazia, Alexis de Tocqueville “alleandosi ad un potere politico, la religione aumenta il suo potere su alcuni uomini, ma perde la speranza di regnare su tutti”.
Certo una delle ragioni della ritrovata forza della Chiesa di Papa Francesco, è che dimentica la Chiesa politicamente militante di Pio IX e Pio XII, quella che interveniva con il “non espedit” sui cattolici contro il potere dello Stato unitario o volendo influire sulle alleanze nelle elezioni amministrative di Roma nel 1952. De Gasperi, anche pagando di persona, seppe dire di no, pur riaffermando la propria fede e i valori cristiani, per sostenere la laicità dello Stato e delle scelte politiche.
Su queste posizioni, religiose e sociali, vi furono tanti preti lungimiranti e coraggiosi, contrastati in vita e celebrati poi, come don Mazzolari e don Milani che hanno da pochi giorni ricevuto la visita del Papa, nelle parrocchie dove operarono.
Conosciamo i limiti del sistema politico democratico, le sue debolezze verso la demagogia spesso sostenuta da grandi interessi economici e non solo, gli errori anche nelle scelte popolari, la necessità di corretta informazione, di responsabile attenzione. Come però disse Churchill, “non conosco altri sistemi migliori” e la libertà, che particolarmente esprime, rende il popolo sovrano e quindi responsabile delle proprie scelte, anche quelle che poi si rivelano sbagliate. Sappiamo che il popolo darà comunque la colpa ai dirigenti, ai capi, ad altri, ma sappiamo anche che ciò fa parte dell’umana commedia.

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