Per dibattere ma ancor più per governare

Come i più esperti temevano in Parlamento la proposta di legge elettorale, indispensabile per andare al voto, cosa che tutti dicevano e dicono di volere, ha visto il trionfo dei franchi tiratori, categoria politica che ha caratterizzato la nostra pseudo democrazia, diventata mercato dei pavidi, di coloro che sanno solo dire di  no senza il coraggio di firmare le proprie opinioni, di assumere il rischio e avere l’orgoglio delle proprie idee.
Certo è una legge difficile perché ognuno la vuole a modo suo, ai propri fini partitici, per conservare o conquistare il proprio pezzo di potere, non pochi solo per sopravvivere. Altrimenti la lotta ad oltranza, si fa con il voto segreto e le relative falsità.
Ricordiamo bene come, nella campagna per il referendum costituzionale, tutti i partiti e i movimenti e i comitati vari che sostenevano il no, assicuravano – se avessero vinto – un loro accordo per una veloce riforma, migliore di quella sottoposta al giudizio popolare ed anche una legge elettorale che avrebbe dovuto essere partecipativa, proporzionale, che desse presenze in parlamento alle voci del Paese e che garantisse la governabilità e la stabilità.
Ora, dopo la vittoria del no, di una riforma costituzionale è meglio non parlare neppure e per molto tempo. La legge elettorale, ora, la si vorrebbe idonea alle voci più deboli, quelle con pochi e pochissimi voti, facile da superare con aggregazioni elettorali di breve periodo. Al PD e ai Grillini, essendo più forti, andava bene un maggioritario, anche se questi ultimi non lo dicevano, per solidarietà con il comune voto per il no referendario.
I partiti minori, data la loro frammentazione, più personalista che politica, vogliono un sistema simile a quello che abbiamo avuto dal 1946 fino al 1994 quando nacque il “Mattarellum”, ultima decisione importante della prima repubblica, che cambiava il sistema, toglieva le preferenze giudicate da tutti negativamente, creava i più piccoli collegi con candidati conosciuti e conoscibili dagli elettori e quindi più vicini ai cittadini. Restava una parte di proporzionale del 25%, ma il sistema era stato certamente cambiato e consentì i governi non brevi e alternativi di Berlusconi e di Prodi. Che però fu poi cambiato da Berlusconi e Calderoli, nel “Porcellum” nome un po’ offensivo, ma per i poveri maiali.
Il sistema elettorale è importantissimo, è il meccanismo fondamentale, nel quadro costituzionale, per stabilire le caratteristiche del sistema politico, la capacità di governo, l’essere meno o più vicini a una democrazia viva ed efficiente, almeno nell’essenziale.
Le leggi elettorali, devono essere in grado di rappresentare le società che le esprimono, e – come le costituzioni – sono il frutto, la volontà, l’espressione delle precedenti esperienze storiche delle lezioni avute, dei danni subiti.
Il passaggio tra imperi e monarchie assolute e le democrazie è abbastanza recente, in Europa si è consolidato lentamente dal 1700 in poi, ma il voto popolare, il suffragio universale è ben più recente. Basti ricordare che, in Italia, il diritto al voto, dopo il 1861 con l’unità del Paese, era riservato solo a circa il 2% della popolazione, e neanche tutti votavano. Con la sinistra storica (1876, governo De Petris) passò al 7% e solo nel 1912 il governo Giolitti fece la legge che lo avvicinava abbastanza al suffragio universale maschile che, fu raggiunto nel 1918 subito dopo la guerra.
Solo dopo la seconda guerra mondiale (1946), trent’anni dopo, fu esteso anche alle donne e divenne veramente universale.
Dopo la prima guerra mondiale, con la fine del periodo liberale dei notabili, oligarchico pur se di qualità, travagliato da una drammatica situazione sociale e politica, nel 1922, la marcia su Roma determinò la fine del governo Facta per la pavida scelta del Re che faceva nascere il ventennio fascista.
Prima delle elezioni del 1924, Mussolini fece passare la legge elettorale Acerbo (1923) che dava di fatto al Partito nazionale fascista uno spropositato premio di maggioranza relativa. Va però ricordato che alle elezioni, contestate da Matteotti e dagli Aventiniani, il popolo italiano diede ai fascisti comunque il 64,9 % dei voti. Negli anni seguenti del regime, tutto il potere passò al Gran Consiglio del Fascismo (1928) che divenne organo istituzionale e avrebbe potuto addirittura nominare i 400 membri del Parlamento, trasformato in Camera dei fasci e delle Corporazioni, con il sistema dell’approvazione per plebiscito popolare, in blocco, con risultati che oggi definiremmo bulgari, ma erano assolutamente italiani.
In Germania, dopo il nazismo, le modifiche normative volute da Hitler, pur senza cambiare formalmente la Costituzione, furono accettate, nella moribonda Repubblica di Weimar, dal vecchissimo Presidente Hindenburg, e le elezioni sparirono dal quadro politico del Paese. Anche qui però, alle prime del 1934, il popolo tedesco voto abbondantemente per il nazional socialismo Hitleriano. Ciò a fronte degli altri partiti, particolarmente della sinistra, come sempre divisi, incapaci di unità anche nelle fasi politicamente più delicate e drammatiche, che avrebbero potuto evitare quella scelta.
La democrazia riprese vita nel 1949, con la Costituzione proposta e sostenuta dal governo Adenauer.
Nei vari paesi d’Europa, con la grande invasione tedesca e la fine dei governi nazionali, la democrazia si ricostruì dopo la guerra, anche se con la divisione dell’Europa (e del mondo) a seguito degli accordi di Yalta. Le elezioni divennero una farsa nei paesi dell’area comunista e furono invece fortemente vive e combattute nell’Europa occidentale, pur con i limiti del contesto politico internazionale e della guerra fredda, ed espressero le volontà dei popoli. Praticamente democrazie vere ci furono solo in Europa e Nord America, in Giappone e India, perché altrove prevalsero i “governi forti”, in generale militari, dopo la decolonizzazione, in Africa, in medio è lontano Oriente, e anche in America Latina e fino agli anni 90 nelle dittature del proletariato in Urss, Cina e Paesi in vario modo connessi.
Vita difficile per la democrazia nel mondo, ma faticosa anche dove era viva, con le grandi lotte determinate dalla diversa situazione ideologica, economica, politica e militare, tra sistemi comunisti e quelli “liberali”, tra economie di mercato e socialismo economico.
Chi ebbe, a parità di principi e impostazioni costituzionali, sistemi elettorali più proporzionali, in Europa, più apparentemente democratici, soffrì di maggiore instabilità di governo, di crisi parlamentari, di grandi difficoltà e lotte nelle decisioni importanti’ quasi impossibili da prendere.
A parte il Regno Unito di solida tradizione democratica e maggioritaria, la stessa Francia visse la drammatica fine della quarta repubblica, dopo il periodo del sistema proporzionale e della totale instabilità parlamentare e governativa fino al pericolo imminente del colpo di stato militare del generale Massù e altri. Il gen. De Gaulle, richiamato a salvare la situazione (1958) ormai ingovernabile, fece la riforma costituzionale, approvata con referendum popolare e la legge elettorale con il sistema maggioritario. Così la Francia poté godere di stabilità e governabilità, con la quinta repubblica ancora in vita.
La proporzionale garantisce una voce a tutti ma assicura anche la difficile e spesso impossibile governabilità, il mercato tra i partitini che favorisce, gli ostruzionismi parlamentari, le colpe del conseguente mal governo di alleati spesso più che di avversari. Se poi ci sono le liste con le preferenze, si garantiscono anche feroci lotte interne e ulteriori frazionamenti e trasformismi.
Il nostro Paese ha bisogno di stabilità di governo, di maggioranze parlamentari solide, di parlamentari fedeli al proprio elettorato e non pronti a scappare dove conviene, di una struttura politica capace di imporsi per autorevolezza, stabilità e durata, senza continui ricatti e operazioni di potere.
Ecco perché è difficile avere una buona legge elettorale.
Nel nostro caso, ora, alle formazioni più grandi (Cinque stelle e PD), in grado di avere i numeri per governare (come non si sa!) Andrebbe bene un maggioritario, mentre la miriade delle più piccole vuole avere una parte di potere in parlamento e quindi esserci. E pretende un proporzionale che consenta la presenza anche al due 2 o 3%. Viene considerato eccessivo pure il 5%,presente un po’ ovunque come minimo.
Non ci sarà comunque una legge pensata e approvata nell’interesse generale del Paese e del suo buon governo. Ci sarà solo il frutto dei compromessi, delle trattative, del mercato in cui si cerca il proprio interesse politico, spesso la propria sopravvivenza, anche individuale.
L’opzione per il sistema tedesco recentemente avanzata e con importanti consensi, rivelatisi in aula assai effimeri per il voto dei franchi tiratori è sintomatica: quasi sicuramente non passerà, anche se l’esperienza tedesca non è stata negativa, il sistema ha funzionato, più volte con governi di coalizione tra i due principali partiti pur avversari, i democristiani e i socialisti. Ma ogni sistema risente delle caratteristiche, qualità e difetti, degli elettori e della loro classe dirigente. Lo si vede dai risultati generali, economici, di benessere, di piena e decorosa occupazione, di legislazione sociale e sindacale e quant’altro.
Senza sottovalutarci troppo non va dimenticato però che in Germania a votare ci vanno i tedeschi.

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