Migrazioni: evento globale

Da Alfano a Minniti

Confesso che Minniti, che ho avuto modo di conoscere, non mi è mai stato simpatico. Lo vedevo come il vecchio comunista DOC, ideologico, severo, fazioso, avversario impietoso.
È al governo da qualche tempo, lo è stato con i presidenti Amato, Prodi, D’Alema, Letta, Renzi, e ora Gentiloni, sempre con incarichi importanti (Difesa, Presidenza, Interni, Servizi segreti) ed è stato presente pur non apparendo sui media. Devo peraltro riconoscere che, dopo il periodo debole e tristanzuolo, di ministro dell’interno di Angelino Alfano, ora si sente una presenza finora sconosciuta, nonostante la poca rilevanza internazionale di questo governo, il suo “savoir faire” educato e nobile, che diventa però sempre più “saper incassare” i colpi degli alleati, i loro permanenti “non possumus”.
Alfano più che prediche “cardinalizie” non ha fatto, ha teorizzato, influenzando anche Renzi, l’accoglienza senza limiti, ha accettato e voluto l’Italia in prima fila negli sbarchi, per sottolineare il suo “cattolicesimo politico” senza però far funzionare la macchina dello Stato, senza controllare adeguatamente le ONG e il loro lavoro, senza avere una “vision” ampia del problema e della sua drammatica dimensione internazionale e globale. Forse per queste sue capacità è stato fatto Ministro degli affari esteri.
A Minniti é toccato il momento peggiore, e mi pare che l’abbia affrontato bene, non solo per una maggiore mascolinità di comportamento, ma per una visione globale del problema e – pur nel quadro dei limiti internazionali – per una maggiore concretezza e una diversa posizione ideologica. Del resto il problema delle immigrazioni non riguarda solo l’aspetto umanitario, ma alcuni fondamentali problemi del mondo, di cui l’Italia paga il conto proprio su questo fronte.

Un problema mondiale
Pensare alle immigrazioni significa, infatti, valutare l’equilibrio internazionale di potenza e le sedi di guerra ormai estese ovunque oltre che le sedi di miseria organica e indotta, di Paesi dove i nostri alleati inglesi, francesi, olandesi, americani, senza dimenticare spagnoli e portoghesi, hanno storicamente qualche rilevante responsabilità. Significa anche prendere atto dei grandi mutamenti politici intervenuti, come il cambio di presidenza degli Stati Uniti e la sua diversa politica economica e militare, lo stato di una moribonda Europa, incapace di essere presente nel nuovo contesto mondiale per la debolezza della sua classe dirigente e l’incoerenza delle sue politiche, caratterizzate da egoismi nazionali e particolari e da nessuna visione collettiva. Neanche sui grandi temi della globalizzazione economica e delle sue ormai visibili conseguenze in un mondo che non accetta più le sue storiche miserie e vede nelle migrazioni, come sempre nella storia dell’uomo, la conquista di spazi vitali, di sopravvivenza, pacifica o  violenta.
L’equilibrio internazionale è andato modificandosi velocemente, gli USA mantengono una forte supremazia militare, ma ne pagano il prezzo con l’immenso debito pubblico, con la crisi interna, con non pochi problemi sociali. Ciò giustifica l’elezione di Trump e tutto ciò che ne segue e che dimostra che il presidente è anche lo specchio di una rilevante parte del suo Paese, che pesa anche a dispetto dei noti limiti culturali, politici, di esperienza pubblica e quant’altro della Presidenza.
Ciò porta verso importanti conseguenze, l’avvicinamento competitivo ma forte tra Russia e Cina, il grande sviluppo, non senza contraddizioni e problemi, di Cina e India con 1 miliardo e trecento milioni di abitanti a testa. Le conseguenze sul piano commerciale internazionale e le tentazioni “autarchiche” che diventano strumenti di apparente difesa economica e non solo.

Un mondo in guerra
Il disequilibrio internazionale ha portato alle drammatiche conseguenze che vediamo: la guerra civile in Siria diventata conflitto internazionale, le fratture nel mondo arabo e con finanziamenti colossali di tutti quei Paesi, con l’utilizzo strumentale dell’Isis, per gli equilibri e gli scontri interni tra mondo sciita (Iran) e mondo sunnita (Sauditi) con le conseguenze belliche in Siria, Iraq e Afghanistan e Yemen. L’ingovernabilità di Somalia, Libia, Sudan e vicini e le relative guerre civili rappresenta In sostanza la fine ingloriosa delle primavere arabe di cui siamo “debitori” a due geni della politica come Sarkozy e David Cameron, ma anche alla Clinton e Obama, per la sua debolezza. Né va dimenticato il grave problema, per tutta l’Europa e l’area medio orientale, della situazione maturata in Turchia, con Erdogan e le sue ambizioni da capo del vecchio impero musulmano, alla faccia di Ataturk e della sua politica divenuta filo occidentale.
Di tutte queste situazioni, grandi responsabilità le hanno gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e per alcuni versi anche la Germania per la politica europea. Ma li pagheremo noi.
L’avvento di Trump ha evidenziato la grandissima crisi dell’Europa, diventata e non da ieri Unione tecnica e per nulla politica, alterata nella sua fisionomia con l’allargamento a troppi Paesi, mal gestita e senza una sostanza unitaria, né politica, né psicologica, né sufficientemente profonda e di identità culturale. Ognuno per sé, e alcuni per gli altri, a pagare le spese anche della propria debolezza politica.

Povera Europa
L’Europa, come unione politica, sta morendo. Qualcosa si salverà, ma non la sua realtà principale, il suo essere Europa, e il suo sentirsi tale come avviene in Russia, in Cina, negli USA, in India.
La grande forza europea tornerà a essere tedesca, inglese, francese, spagnola, forse anche italiana. Saranno comunque forze limitate, ognuna incapace di reggere il confronto con i grandi Paesi, che sarà economico, finanziario, produttivo, scientifico ma anche militare. Sarà un nuovo Sacro Romano Impero, di pura facciata, senza poteri, senza forza comune, senza comuni obiettivi, facilmente eliminabile, come fece Napoleone nel 1806.

E noi chi siamo?
In un confronto così ampio e complesso cosa rappresenta la nostra Italia? Tornerà, con il solo turismo, a essere pizza e vinello?
È giunto il momento di un comportamento dignitoso, di rispetto di noi stessi e di non subire addirittura lo scherno degli altri. Per questo bisogna evitare le posizioni teoriche, morali, para religiose, ideologiche. Non può essere l’Italia la solitaria sede di un presunto buono ed encomiabile comportamento, facendo ingrassare mafia, camorra e, associazioni varie, tutti diventati benefattori con i soldi dello Stato. Dobbiamo dare seguito alle nostre affermazioni facendo vedere a tutti che non siamo solo il Paese di Pulcinella.
Chi vuole aiutare i migranti e sente questo encomiabile bisogno, lo faccia come Bill Gates, con i propri soldi, e non solo noleggiando navi per qualche miglio di mare e scaricando tutto sulla comunità di un Paese. La situazione va affrontata duramente, non per le motivazioni populiste, salviniane è simili, ma per ragioni ben più gravi, per la statualità del nostro Paese, per il suo ruolo internazionale anche se non fortissimo, per la sua credibilità, per non diventare il servo sciocco dei paesi europei.
A questo punto il Governo deve effettivamente bloccare i porti italiani, non pagare all’Unione Europea i soldi che poi vanno a Ungheria, Polonia, Cechia a e altri ancora, non approvare il bilancio europeo. Il nostro governo deve dimostrare di non essere fatto solo di parole. Forse ci costerà su altri fronti, ma avremo il rispetto, almeno quello dei paesi europei che sentiranno la mancanza della timida Italia. A livello più ampio è giunto il momento di rinegoziare, anche con gli Usa, le nostre presenze militari internazionali, anche quelle in ambito Onu. Non ci perderemo granché. Se nonostante ciò che si sta facendo, siamo considerati meno dei maltesi, tanto vale comportarsi di conseguenza. E bisogna affrontare il problema Africa, con realismo ed anche durezza, senza ignorare dittature e terrorismi, perché la migrazione sta diventando ormai una malattia ad alta diffusione che ci coinvolgerà in pieno. Occorre un piano Marshall, come dice Berlusconi, con interventi massicci di sviluppo ma con mano ferma, per evitare che si pongano ancora i problemi corruttivi, le ricchezze dei potenti africani, quelle degli affaristi sempre in forma di benefattori, con uno sforzo unitario per la classe dirigente, con l’astensione dalla fornitura di armi e tanto altro ancora. È un’impresa quasi impossibile, ma va tentata, sapendo che le difficoltà non saranno solo in Africa.

Europeisti come?
È questo, a mio parere, un modo di essere veri europeisti: costringere, per quanto sta in noi, i sedicenti europei a essere tali, e a non considerare l’Unione, come avviene, un taxi su cui salire quando paga qualcun altro.
Noi siamo europeisti, e per questo dobbiamo batterci, ma per un’Europa vera, non quella delle banche e delle autorizzazioni, della normativa che rende tutto uguale, della burocrazia strapagata, non quella delle manifestazioni piene di belle parole, ma quella pensata dai padri fondatori e mandata al diavolo dai francesi di De Gaulle. Quella che ha garantito settant’anni di pace e di sviluppo. Non ci sentiamo in Europa come il Regno Unito, senza crederci e solo per interesse e magari privilegi e che giustamente ci lascia, e per la cui uscita non dobbiamo piangere. In sostanza vorremmo un’Europa consapevole del proprio essere e del proprio ruolo, che assume le proprie responsabilità, che accetta, a cominciare da noi, le regole utili a tutti, anche quando sono scomode.
Se il governo Gentiloni non saprà fare così, chi dovremmo incolpare del nostro malessere, se non noi stessi, i partiti sempre così volubili salvo che nella ricerca del potere, per se stessi. Ci sono momenti decisivi nella storia di ogni popolo.  Sugli errori fatti e le omissioni colpevoli è inutile lasciare ai posteri l’ardua sentenza.

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