Saranno tempi difficili

I giornali dicono che si può avere un nuovo accordo sulla legge elettorale ma, con questo Parlamento, ci si può aspettare un altro flop, come con  l’accordo di qualche mese fa, con franchi tiratori, con rivoluzionari e responsabili, con combattenti “pro domo sua”. E con amici dei boss (un tempo chiamati leader) o con altri timorosi delle loro imperiali decisioni.  Il cammino sarà assai impervio e questa nuova proposta di legge non lo faciliterà.
Deve accontentare tutti o quasi. Però, i Cinque stelle, dopo la plebiscitaria e affollata partecipazione popolare per l’indicazione a leader e Presidente del Consiglio del noto intellettuale Luigi Di Maio, non sono d’accordo. Come pure sono avverse le giovani energie di Bersani, D’Alema e confratelli che, pur di ammazzare Renzi farebbero bruciare tutta l’Italia e l’altro giovane Werther, l’avv. Pisapia, già parlamentare ed ex sindaco di Milano, che vorrebbe fare il capo di tutte le sinistre scontentandole tutte con le sue incertezze e i suoi dubbi. Anche il giovane Silvio Berlusconi punta alla propria leadership, tornato in forma più ricco di prima in soldi e in progetti, peraltro non esplicitati e senza certezze sulle alleanze. Se in passato si lamentava dell’inaffidabile fedeltà di Casini, di Fini e altri, figurarsi ora con Salvini e i suoi, Meloni compresa.

Verso le elezioni politiche

La legge elettorale, fondamentale strumento per la vita democratica e per il buon governo del Paese, non è quindi pensata per l’interesse generale e primario del Paese stesso, ma per gli obiettivi di ogni singola posizione politica, ogni singola ambizione personale dei capi popolo e chi ha i mezzi per esprimere e promettere potere, posti, vantaggi e prospettive.
La nuova proposta di legge, chiamata “rosatellum” diventa proporzionale per i due terzi e maggioritaria con collegi uninominali (per forza assai grandi) per un terzo, più o meno. Esattamente il contrario del “mattarellum”, che bastava correggere per dare al Paese un minimo di governabilità, maggioranze più stabili senza continui cambi di casacca, senza lotte a coltello o a magistrato. Anche la solida Germania, che una leader autorevole ce l’ha, ora deve fare i conti con il sistema proporzionale e certo non è debole come l’Italia.
Tutti sanno che il sistema proporzionale è il più rappresentativo, ma è fonte di debolezza politica, di frazionismi, di lotte personali che si dicono sempre correntizie e di idee. Così come sappiamo che il Paese ha bisogno di stabilità, di governi duraturi che possono garantire l’affidabilità degli impegni nazionali. Abbiamo visto ciò che è avvenuto in Grecia, e in Spagna, con mesi e mesi di trattative e contrasti prima di esprimere l’attuale governo, e in Belgio e si potrebbe continuare. Basta ricordare la Francia del lontano 1958, che aveva una bella proporzionale, ma pure ventidue governi in meno di venti anni, e crisi ai limiti della guerra civile, prima di richiamare De Gaulle a cambiare le cose e la carta costituzionale. Che il popolo approvò con il suo voto referendario.

Promesse da marinai

Del resto anche noi, pur in questi tempi diversamente difficili, abbiamo avuto, pur meno organici e frutto di mediazioni e compromessi, i nostri tentativi di riforma, votati dal Parlamento e anche da chi non li ha poi fatti votare al referendum.
A chi, di fronte a quei politici e non solo, esprimeva i propri timori per la stabilità del Paese, del suo governo, per le difficoltà future, si rispondeva assicurando che, scalzato Renzi che era l’unico obiettivo da combattere, si sarebbe subito trovato l’accordo per una nuova, bella, condivisa legge elettorale, che tutti finora abbiamo aspettato e aspettavano invano. Ci dicevano che ci sarebbe stata a breve anche una “riforma costituzionale “seria” visto che tutte le forze politiche, allora e in passato, ne avevano riconosciuto la necessità.
Dopo avere accertato col referendum la volontà popolare e l’idea che la nostra costituzione è la più bella del mondo, è legittimo chiedersi chi avrà più la voglia, il coraggio, il senso dello Stato, la fiducia per riprendere quel discorso. Rendiamo inutile, ancora una volta, il lavoro di ben tre commissioni interparlamentari, di un permanente pluridecennale dibattito politico e giuridico, di due leggi costituzionali, bocciate poi dai referendum.
Così ha voluto il popolo. Ha voluto tenersi il bicameralismo perfetto con due leggi elettorali diverse e costituzionalmente sanzionate dalla Corte, un inutile CNEL, le già abrogate Province di cui in realtà poco sentiamo la mancanza. E ci teniamo il permanente contrasto, che blocca la Corte Costituzionale, tra i poteri concorrenti dello Stato e delle Regioni che era indispensabile definire. Ci teniamo le Regioni, sopratutto quelle a statuto speciale, con tutto ciò che ha caratterizzato la loro attività e il loro esercizio del potere e gli scandali connessi che hanno fatto concorrenza con quelli dello stesso stato accentratore. E tanto altro ancora. Ma alcuni ci dicono che funzionano bene.
Tutto questo ce lo terremo a lungo e siccome il popolo lo ha voluto è legale, intoccabile, anche se non confacente con gli interessi reali del Paese.
La nuova legge elettorale, che ancora non c’è, creerà comunque gravi difficoltà alla vita parlamentare, governativa, istituzionale della nostra povera Italia. E se non ci sarà un accordo sufficiente, e pensiamo che potrà finire così, sarà la stessa cosa perché faremo, in mancanza di altro, le elezioni politiche con il “consultellum”, e cioè con quello che rimane dopo le decisioni della Suprema Corte.

È necessario ricostruire

Molti credono che lo stellone d’Italia ci porterà fortuna e ci risolverà i problemi, favorirà la comprensione altrui, in qualche modo lavorerà per noi. Dimenticano che nessuno e nulla protegge chi non lo merita, persone e popoli.  Non c’è merito se non s’impegnano con sufficiente rigore e consapevolezza, se guardano al particolare interesse e non a quello generale, se fanno prevalere la pancia sulla ragione, i diritti sui doveri, entrambi sacrosanti insieme, se non vedono il proprio piccolo scandalo ma solo quello, sempre grande degli altri. Potremmo meritare aiuto dalla dea Fortuna se sapessimo avviare una seconda ricostruzione, non tanto materiale di edifici e fabbriche distrutti come la precedente ma, morale e senso dello Stato, di visione ampia dei problemi, e di rinnovato rispetto dei valori.
Sono quelli di onestà, di senso del dovere, di altruismo e generosità, di distacco dal gretto materialismo, dalle sudditanze esclusive al denaro, del rispetto per gli altri, dall’attenzione alla verità e al rigetto dell’ignorante demagogia. Così facendo potremmo tutelare il nostro interesse collettivo oltre a quello individuale, esprimendo una classe dirigente degna del suo ruolo, avremmo un reale prestigio, tra noi stessi e con gli altri, che ci renderà cives, da cui deriva la parola “civiltà”, che è “la forma con cui si manifesta la vita materiale, sociale e spirituale di un popolo” (vocabolario Treccani).
Non siamo, infatti, altro che ciò che sappiamo esprimere.

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