Illusione democratica

Rousseau diceva che la democrazia si esercita, da parte del popolo, solo nel momento in cui vota i suoi rappresentanti e la rivede solo la volta successiva. Ritengo sia già importante che tale voto venga il più possibile rispettato e che il sistema continui, con tutti i suoi difetti e limiti.
Diversamente vengono meno tutti i freni del buon governo e, in forme varie e diverse, si va verso i regimi totalitari.
Il metodo democratico è difficile da gestire ed anche da esercitare, perché legato a fenomeni sociali, ai cambiamenti di situazione non solo economica ma culturale, di informazione e comunicazione, purtroppo anche di “mode”, di atteggiamento popolare. Ecco perché i movimenti, un tempo le rivolte popolari, sono forti, talvolta violente, legati a messaggi di persone dotate di personale carisma. Sono però anche di breve durata, dotati di proposte distruttive, anche se si rapportano sempre alla piazza, alla massa popolare ed esclusivamente nei periodi di difficoltà, di miseria, di fame, di crisi.
In Italia non siamo certo in questa situazione, anche se non ci mancano i problemi e le difficoltà che del resto tutti i paesi hanno e in larga misura più gravi delle nostre. Ma questo malessere in parte reale, in parte creato e in gran parte diffuso e strumentalizzato, toglie al Paese ottimismo, sicurezza, coraggio, iniziativa e lo spinge ancora più alla lamentela, all’autocommiserazione, ma anche alla esasperazione, alla rivalità che diventa odio politico, all’invidia sociale, addirittura a forme di protesta esagerate ed in vario modo violente.

Votare tra dubbi ed incertezze

Per questo ci troviamo a tre settimane dalle elezioni, nell’assoluta incertezza, con confuse identità politiche, nella sfiducia per i politici e le loro promesse, e con la prevalenza della “pancia” sulla ragione, e della protesta sulla proposta. Ciò spiega la crescita veloce del “populismo”. Esso prevale non nella sua interpretazione di volontà popolare, ma in quella demagogica, di promettere al popolo elettore per averne il voto, ciò che non si potrà dare, anche avendone avuto il potere dal consenso elettorale. In sostanza e consapevolmente facendo dichiarazioni e promesse senza avere la possibilità, talvolta la volontà, spesso la capacità di dare risposte serie e realizzabili e non profferte affascinanti quanto impossibili.
Nascono così le presunzioni di poter risolvere i problemi a livello locale, di avere una classe dirigente più brava perché “più vicina al popolo”, si vedono soluzioni irreali perché parziali e non realistiche, almeno nei tempi brevi di un paio di legislature. Così nascono nuove speranze e nuovi miracoli, la sfiducia nello stato e nelle istituzioni tutte spingono verso illusori localismi, i sedicenti autonomismi, le delusioni che si sono sperimentate un po’ ovunque, senza veri risultati positivi. Vedendo però una quantità di aumenti burocratici, di personale e di spesa pubblica, di dirigenza politica onerosa e spendacciona, e di tutti i limiti che abbiamo constatato con il regionalismo sempre più centralista che stiamo sperimentando da ormai quasi cinque decenni.

Politica ed alberghi a 5 stelle

Non va dimenticato il danno dei demagogici catastrofismi di cui è stato protagonista il popolare comico Grillo, con il sostegno fondamentale culturale e tecnologico di Casaleggio, le critiche fatte di insulti pseudo ironici, le piazze divertite e disinformate, le illusioni di un’impossibile democrazia diretta, di una nuova dirigenza senza esperienze e conoscenze, e che però ora rappresenta, già da una intera legislatura, una larga fetta di elettori, affascinati dalla sensazione di cambiare il Paese, senza però sapere né dire come, e di governarlo senza una classe dirigente, forse con qualche rara eccezione personale, degna di questo nome.
Si confondono le 5 stelle degli alberghi di lusso con il cielo buio della scadente politica.
Ci si basa su una dirigenza espressa con un sistema di auto candidature, sostenute da alcune decine o poche centinaia di click, su una piattaforma insicura e controllata solo da un proprietario privato, in una situazione che pare ai limiti della correttezza giuridica e istituzionale.
Queste situazioni sono il sintomo più vero di una crisi che, appunto, non è solo politica e italiana ma, in modo più generale, che si esprime anche altrove, in Europa ed in America, dove vi sono segni evidenti di crisi del sistema della democrazia occidentale. È una crisi non solo politica ma della società tutta, della dirigenza industriale ed economica, della burocrazia e delle istituzioni pubbliche, della stessa degradata cultura ormai imperante. Ecco perché ciò avviene sopratutto dove la dirigenza politica è troppo vecchia ed usurata, dove il dibattito politico è scemato con la fine quasi totale dei partiti e dove si inventano candidature “della società civile”, cioè dei vari gruppi, delle lobby, dei poteri in grado di finanziare ciò che resta dei partiti, associazioni, fondazioni,  giornali e tv.

Il meno peggio

Come possiamo, pur con tutta la comprensione possibile accettare che il Paese sia governato dall’improvvisazione, dalla superficialità, dall’impreparazione? Eppure una larga fetta di elettorato è convinta così, anche se difficilmente affiderebbe la propria azienda, il proprio studio, la propria attività a quelle stesse persone, alle quali offre la gestione del Paese.
Per fare politica, anche solo in modo decente, ci vogliono doti e qualità particolari: non sono certo indispensabili le lauree, ma le conoscenze, una base culturale, la conoscenza della storia e magari della geografia. Almeno quello, non pretendendo più gli Einaudi, i Croce, i Giolitti, o anche i Gramsci e i De Gasperi.
Non si può avere nel curriculum, come unica precedente esperienza quella di disoccupato o di esperto di Facebook. Se la maggioranza dell’elettorato comunque vorrà quel tipo di classe dirigente così sarà e ancora una volta, nella lunga storia dell’uomo, si realizzerà il detto “chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Del resto in tutte le scelte della vita e particolarmente quelle politiche e sociali, non si riesce mai ad esprimere il meglio ma solo il meno peggio. Troppo spesso si riesce, involontariamente ma consapevolmente, ad esprimere il peggio.

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